Il Lounge di Neeks, 12

Bad day, R.E.M.

Si, non mi sono fatto vivo per sei mesi.
No, non sono morto, anche se ci sono andato vicino.
Sei mesi, eppure sembra passata una vita.
In questo periodo non me la sono passata propriamente benissimo. Come vi avevo già raccontato, ad agosto dell’anno scorso mio padre è morto.
È successo tutto di fretta, e non ho avuto tempo di abitarmi. Non avevo nemmeno preso l’idea in considerazione. Mio padre non poteva morire, punto. Non poteva succedere a me. Lui aveva fiducia che sarebbe guarito, e io mi sono fidato ciecamente di lui e di quello che diceva. Pensavo che sarebbe guarito, ed invece è morto. Pensavo di avere tempo, invece sono bastati un paio di mesi perché il cancro lo divorasse.
Anche io, come mio padre, sono durato solo un paio di mesi. E poi qualcosa dentro di me si è rotto.
Mi sono svegliato, un mattino, ed avevo perso qualcosa. Forse era un colore, forse un emozione. Forse era un pezzo di me. 
Era novembre. Ho avuto il mio primo breakdown, in silenzio, lontano da tutti. Perché mi sono guardato intorno, e ho sentito che per me non c’era nessuno. Che nessuno si trovava in quel luogo che ero io, quella realtà distorta, fatta di pezzi mancanti.
Il giorno dopo mi sono svegliato, ed un altro pezzo era scomparso.
Mi sono ammalato. Il mio sistema immunitario è andato a farsi benedire, e mi è venuta la mononucleosi, che avevo preso già a cinque anni e che come molte malattie (vedere alla voce: herpes) non guarisce mai, ma ti resta latente dentro il tuo organismo, in attesa del momento giusto per svegliarsi.
E insieme a lei, si è svegliata anche una cosa che era rimasta anch’essa dormiente molto a lungo, qualcosa di molto più debilitante della mononucleosi: la depressione.
La depressione è una bestia nera che ha iniziato a perseguitarmi un pomeriggio piovoso, mentre ero su un autobus. Ha iniziato piano piano a pedinarmi, a seguire ogni mio passo, e non me ne sono accorto. Quando ciò è successo, era tardi, perché ero già suo. Perché si era già infilata profondamente nella mia vita, nella mia testa, influenzando le mie relazioni, il mio andamento scolastico, la mia routine. 
Mi ha distrutto la vita.
Mi ha posseduto, per mesi, breakdown dopo breakdown. E ogni volta era peggio della precedente, ogni volta era più buio il baratro in cui cadevo, ed era più difficile rialzarsi in piede. Ogni pensavo che non poteva andare peggio di così, che non potevo cadere più in basso.
E ogni volta le mie speranze venivano deluse.
Ogni singola volta, ero un passo più vicino a perdermi.
Ed è quello che è successo, e quando me se sono reso conto, riuscire a rialzarsi ha iniziato a fare più male che abbandonarsi a quella bestia nera che ormai mi aveva chiuso in una stanza e mi faceva giacere immobile per ore a fissare il vuoto.
Durante la primavera la mia malattia, perché è di questo che si tratta, ha avuto una svolta.
Sono iniziati gli attacchi di panico. prima uno ogni tanto. Poi uno ogni due settimane. Poi uno a settimana. Poi uno al giorno. E poi anche due, tre, quattro volte in una giornata, e anche durante la notte.
Insieme all’ansia è venuta a trovarmi sua sorella: la paranoia. Sono diventato incapace di gestire qualsiasi cosa. Ogni persona, ogni oggetto, era una potenziale minaccia. Il mondo era improvvisamente diventato un luogo oscuro e pericoloso, un mondo nel quale non volevo più vivere.
Sono tornate le allucinazioni. Ne avevo sofferto una decina di anni fa, in modo tutto sommato lieve paragonato a come si sono sviluppate in questi ultimi due mesi. Inizia con un sussurro, e finisce con un coro di urla. E io lo sapevo, che non erano reali, che erano nella mia testa, che erano una conseguenza di quel subbuglio doloso che erano le mie emozioni, ma non avevo nessun modo per spegnerle. E hanno continuato ad urlare, e parlare al posto mio.
Avevo iniziato una relazione, che per il primo momento andava rose e fiori. Poi quel qualcosa di rotto, di mancante, quella sensazione che stavo disperatamente inseguendo ha assorbito tutte le mie energie. E lasciar parlare le voci al posto mio è stato così facile che provo disgusto. Le parole mi scivolavano fuori, ma non erano le parole che io volevo dire: erano le loro. A parlare era la rabbia, era la frustrazione, era il dolore, era la paura, era l’abbandono.
Ma non ero io.
E allora era meglio fare un passo indietro, spegnere computer e telefono e non parlare. Era più facile. Era più indolore, per chi mi circondava. Ma mentre io affogavo dentro me stesso, dentro un mare di parole non dette e che non dirò mai, mi allontanavo da tutti.
E mentre ero da solo, anche se non era vero, sentivo che nessuno avrebbe combattuto per me. Che tutti mi avrebbero lasciato affogare, e se fossi sparito, in silenzio, a nessuno sarebbe importato, nessuno avrebbe notato.
Mi sono perduto un po' di più, per quanto possibile.
Cercare di guarire, cercare di capire cosa andava aggiustato era diventata la mia nuova priorità.
Ho cercato disperatamente di rialzarmi, ma non ha funzionato
Ho perso il controllo di me stesso, sono diventato l’ombra di me stesso.
Ho perso il controllo delle mie emozioni, della mia vita.
È stato orribile.
È orribile.
Mi trovo in un campo minato, e non so come uscirne.
Tutto ciò che prima consideravo un luogo sicuro si era rivelata una trappola che mi aveva mandato a morire su una mina antiuomo, che le circostanze e le persone avevano seppellito dentro la mia testa.
Sono ancora ben lungi dal guarire. Sono ancora sul fondo del baratro nel quale sono caduto nel sonno, senza accorgermene.
Ho deciso di condividere questa storia con voi perché intorno alle malattie mentali c’è uno stigma gigantesco, così come intorno ai farmaci o alla terapia psicologica.
Voglio che sappiate che l’oscurità esiste. Che ognuno ne ha un po' dentro, e non puoi scapparne. Ho passato 19 anni a scappare dalle conseguenze di azioni commesse anni fa, dalle conseguenze delle azioni degli altri, ma alla fine mi hanno trovato.
Non posso più scappare. Devo guardare in faccia chi sono, cosa ho fatto, cosa ho provato a fare. E questo significa guardare profondamente dentro se stesso, significa guardare nel baratro senza cadere, significa guardare in faccia la propria oscurità.
E aveva ragione mia sorella, quando mi diceva che fa male. Fa male guardare quelle cose.
Ma va fatto, o non guarirò mai. Lascerei che la depressione e i miei disturbi vincano a tavolino.
Non ho intenzione di permetterglielo. 
Voglio che sappiate che sto combattendo, anche se fa così male che a volte vorrei solo mollare, perché quello che faccio non sembra mai abbastanza.
Voglio che sappiate che alla fine ho chiesto aiuto, e che vado in terapia. Chiedere aiuto non è per deboli, anche se per anni c’è chi ha provato a convincermi che fosse così.
Voglio che sappiate che non sono solo.
Voglio che sappiate che voi non siete soli.
La vita a volte fa schifo, tanto. Ma sappiate che non siete, non siamo, soli. Anche quando non ci credete, anche quando il mondo esterno cerca di convincervi del contrario. Non siete soli, e ne valete la pena.
Non vi prometterò che tornerò qui regolarmente, ma tornerò. Ho alcuni post già pronti, tra cui la pubblicazione della tesina che io ho portato all’orale di maturità; una lettura critica di Murakami in chiave nichilista, una cosetta leggera dunque.
Ma tornerò a scrivere. Se mi manderete delle mail cercherò di rispondere nel più breve tempo possibile.
Raccontatemi le vostre storie, vi racconterò la mia.
Siamo vivi, anche quando dentro siamo già dentro il baratro. Non è mai troppo tardi per tornare indietro.
Fa male, ma si può fare.
Possiamo aiutarci.
Possiamo combattere.
Possiamo vincere.

Con affetto

-Neeks