Cupcakes, Tesina di Maturità

La gioventù incolore

“Ciò che io racconto è la storia dei prossimi due secoli. Io descrivo ciò che viene, ciò che non può fare a meno di venire: l'avvento del nichilismo. Questa storia può già ora essere raccontata; perché la necessità stessa è qui all'opera.”
F. Nietzsche

“… perchè i giovani, anche se non sempre ne sono consci, stanno male. […] perché un ospite inquietante, il nichilismo, si aggira tra loro, penetra nei loro sentimenti, confonde i loro pensieri, cancella prospettive e orizzonti, fiacca la loro anima, intristisce le passioni rendendole esangui.
U. Galimberti, L’ospite inquietante. Il nichilismo e i giovani, ed. Feltrinelli, Milano 2008.

“Dal mese di luglio del suo secondo anno di università fino al gennaio seguente, Tazaki Tsukuru aveva vissuto con un solo pensiero in testa: morire. […] Metter fine ai suoi giorni gli sembrava la cosa più naturale e coerente. Per quale motivo, però, non avesse fatto quell’ultimo passo, ancora oggi non riusciva a capirlo.”
H. Murakami, L’incolore Tazaki Tsukuru e i suoi anni di pellegrinaggio, ed. Einaudi Numeri Primi, Torino 2015.

Introduzione

Il rapporto tra nichilismo e gioventù è un argomento generalmente gettonato dai miei colleghi maturandi. Ed è ciò di cui ho deciso di parlare anche io, parlare di nichilismo e giovani tramite le parole di un autore un po' fuori dagli schemi: il giapponese Murakami Haruki, del quale ho preso in analisi due suoi libri, L’incolore Takazi Tsukuru e i suoi anni di pellegrinaggio, letto un anno e mezzo fa, e Norvegian Wood, conosciuto precedentemente con il titolo della prima edizione: Tokyo Blues, letto questa primavera. Un autore un po' particolare, che rifugge quasi di essere inquadrato in un genere preciso, ondeggiando tra l’hard boiled e la letteratura di culto. E allora perché, tra tutti gli autori possibili offerti dalla letteratura, ho scelto proprio Murakami per parlare di questo argomento?
Oltre che per un motivo personalissimo, ovvero il mio enorme apprezzamento dei due romanzi su citati, che mi hanno conquistato nel profondo, e fatto piangere, ma soprattutto riflettere, il motivo ultimo che mi ha spinto a puntare su Murakami è stata l’introduzione a Norvegian Wood scritta da Giorgio Amitrano, traduttore e orientalista, nonché uno dei maggiori esperti italiani di Murakami Haruki e Banana Yoshimoto. In questa introduzione, che non potrei definire con altre parole se non illuminante, Amitrano ripercorreva la carriera di Murakami, illustrandone gli esordi.
Nel 1968, Kawabata Yasunari venne insignito del premio Nobel per la letteratura, e pronunciò un discorso che divenne celebre “La bellezza del Giappone e io”, discorso tramite il quale quasi propagandava la sua immagine del Giappone all’occidente, che bene la accolse: un paese legato alla tradizione, alla cerimonia del tè, ai kimono e alla cultura dell’estetismo tipici dell’arte calligrafica – chiamata shōdo – e allo zen. Un’immagine, tuttavia, nella quale i giovani giapponesi non si riconoscevano.
La realtà, in Giappone, era ben diversa, e scrittori come Murakami Haruki meglio seppero assimilare e raccontare uno dei più epocali gap generazionali della storia: quello della “vecchia generazione” di Kawabata, che aveva vissuto la guerra ed era legata alle tradizioni nipponiche, e quella dei giovani che ascoltavano i Rolling Stones, i Doors, che leggevano letteratura francese e americana, guardavano film porno, usavano sostanze stupefacenti e facevano sesso in modo poco ortodosso, e che vedeva nella cultura occidentale qualcosa in cui identificarsi meglio, mentre per i loro genitori l’occidente rappresentava qualcosa di ancora alieno ed estraneo alla loro mentalità. La gioventù giapponese degli anni ’60 e ’70 del Novecento, era una gioventù esattamente come la nostra.
Erano una generazione di giovani che voleva farsi sentire per ciò che era veramente, non per quello che la generazione dei genitori di questi ragazzi volevano che fossero, e che nel movimento del new wave nato del 1976 al quale apparteneva anche Murakami Haruki, hanno potuto trovare la propria voce, il proprio colore.
Una generazione che, tuttavia, se non fosse stato per lo new wave, non avrebbero mai trovato le parole per dire cosa provavano.
Il nichilismo

Nei Frammenti Postumi fr. 2 (127) del 1885-1887 il filosofo tedesco Nietzsche scrive questa frase: «Il nichilismo è alle porte: da dove ci viene costui, il più inquietante fra tutti gli ospiti?»
Nei Frammenti postumi 1885-1887 fr. 9 (35) scrive invece, sempre riferendosi al nichilismo, «manca il fine; manca la risposta al “perche?”. Che cosa significa nichilismo? – che i valori supremi perdono ogni valore».
Martin Heidegger, ne La questione dell’essere (Sopra la linea) (1955-1956) scrive: «Nietzsche chiama il nichilismo “il più inquietante fra tutti gli ospiti”, perché ciò che esso vuole è lo spaesamento come tale. Per questo non serve a niente metterlo alla porta, perché ovunque, già da tempo e in modo invisibile, esso si aggira per la casa. Ciò che occorre è accorgersi di quest’ospite e guardarlo bene in faccia.»
Il nichilismo (che deriva dal latino “nihil”: nulla) viene definito secondo Galimberti «un’antica figura, perché non si è assestata sul positivo atteso o realizzato, ma in quel frammezzo tra positivo e negativo, tra essere e nulla, in cui la decisione si fa più drammatica e più vertiginosa la scelta di campo». (L’ospite inquietante, pagina 17)
Ma cosa significa invece per i giovani, soprattutto per i giovani dei romanzi di Murakami?
Significa che il mondo nel quale loro vivono, viene percepito come estraneo, che i modelli di identificazione che le loro scuole, famiglie e che la società tutta propone loro sono modelli che non calzano sulle loro anime inquiete, come un vestito troppo stretto, che i punti di riferimento sono andati perduti e “La conta dei dadi non torna”. Come dice Heiddeger, si sentono spaesati.
Vivono in un mondo, appena uscito da due conflitti mondiali, nel quale le regole sono ribaltate.
In alcuni passaggi dei romanzi ciò appare molto evidente. In Norvegian Wood, questo è ben visibile nella reazione che ha il protagonista, Watanabe Tōru al ritorno in Univertità, dopo l’anno di occupazione dei moti studenteschi del ’68. In quell’anno, infatti, Tōru si era appena trasferito a Tōkyō per frequentare l’università, ma dopo un anno di studi, la contestazione culturale creatasi in pieno clima di Guerra Fredda si era fatta sentire anche nel paese del Sol Levante, seppur con un anno di ritardo rispetto all’Europa, influenzando il regolare svolgimento delle lezioni.

«C’erano qui e là gruppetti di quattro, cinque studenti che dichiaravano con foga le loro convinzioni personali tra risate e schiamazzi. Nel parcheggio c’erano dei ragazzi che giocavano con lo skate-board. Un professore con la sua cartella di pelle che passava di lì cercava di scansarli. Nel giardino una studentessa con un elmetto in testa, piegata in giù, stava scrivendo un cartello di protesta contro l’invasione imperialista americana dell’Asia. Era il normale paesaggio dell’università durante l’intervallo di mezzogiorno. Eppure, mentre guardavo di nuovo, dopo tanto tempo, quella scena familiare, mi accorsi che tutti sembravano felici. Non so se in quel momento lo fossero davvero o fosse solo un’impressione. Quello che è certo è che in quel pomeriggio di fine autunno, a me apparivano così e questo mi faceva sentire ancora più solo del solito. Mi sentivo l’unico elemento estraneo in quel paesaggio.
Ma se provavo a riflettere, nel corso degli anni, di quale paesaggio avevo mai sentito di far parte?»
(Norvegian Wood, pagina 106)

Watanabe Tōru, dopo essere tornato in università dopo un anno di autogestione dei moti del ’68, osservando il paesaggio intorno a lui, nota come ritornare in un contesto a lui familiare sia però causa di una profonda estranietà e senso di alienazione. In un passaggio precedente, Tōru era arrivato perfino a non rispondere all’appello, nonostante si presentasse regolarmente alle lezioni, e:

«A causa di questo però il mio isolamento si aggravò ulteriormente. Ogni volta che, chiamato all’appello, restavo in silenzio, un’atmosfera di disagio si diffondeva nell’aula. Nessuno mi rivolgeva più la parola, e io non parlavo a nessuno.»
(Norvegian Wood, pagina 64)

Il nulla è dentro di loro, ma anche intorno a loro. Si limitano a condurre le loro vite con indifferenza, seguendo le routine. Quelle che abitano, però, sono vite che non sentono proprie, e che ti lasciano addosso un viscido senso di insoddisfazione.
Ma per insoddisfazione non si intende come quella sensazione di disagio che si prova nel vedere qualcosa fatto male, o danneggiato, l’insoddisfazione di quando ti dici: “Avrei potuto fare meglio”.
È l’insoddisfazione di dire: “Avrei potuto”. Punto. L’insoddisfazione di qualcosa di mancante, una sorta di nostalgia per qualcosa che noi giovani non abbiamo mai nemmeno provato, ma che istintivamente sentiamo che ci manca.
E allora non ci resta che chiuderci dentro le noste teste ed immaginare vite migliori, non ci resta altra scelta che rifugiarci in altre realtà: quelle dei videogiochi, dei libri, dei film, delle serie tv, della musica, il tutto pur di trovare sollievo da una realtà che non sentiamo nostra.
Interessante sarebbe da fare la parentesi su due personaggi: il primo è Haida, di Tazaki Tsukuru e i suoi anni di pellegrinaggio, e il secondo è Sturmtruppen, il compagno di stanza di Tōru.
Entrambi i personaggi hanno fatto del mondo dentro di loro una via di fuga.
Haida, iscritto senza alcuna ragione apparente alla facoltà di Fisica, è un filosofo nato. Tsukuru, nel descrivere l’amico, racconta della sua difficoltà, a volte, di stare al passo con quel ragazzo.

«Era come se nella testa di Haida ci fosse un circuito adeguato alla rapidità del suo pensiero, e ogni tanto lui dovesse percorrerlo in tempo prestabilito usando la marcia che gli era naturale. Altrimenti – se avesse continuato a usare una marcia adatta alla velocità di Tsukuru, del tutto nella media – il suo cervello avrebbe iniziato a surriscaldarsi e a mostrare segni di scompenso. Questa era l’impressione che dava. Dopo un po' Haida usciva da quel circuito, sorrideva tranquillo come se non fosse successo nulla, e tornava nel luogo dove si trovava Tsukuru
(Tazaki Tsukuru, pagine 83-84)

Haida, come tanti altri giovani, ha dentro la sua testa un mondo tutto suo, fatto di parole e concetti chiari solo a lui e che nessuno riesce a comprendere. Haida è un personaggio perso dentro sé stesso, assorbito in questo vortice di pensieri ed elucubrazioni. La linea che separa la realtà dalla fantasia è molto sottile, per Mister Gray. Talmente sottile che anche il poco perspicace Tsukuru se ne rende conto, quando Haida racconta lui la storia del padre e del pianista jazz. Anche Tsukuru si chiede se quella storia sia vera, e soprattutto se è capitata ad Haida-padre o Haida-figlio. Il ragazzo sta cercando di comunicare qualcosa, ma senza successo.
Come Tsukuru aveva predetto, quella differenza mentale tra lui e il suo amico gli impedisce di comprendere i suoi pensieri: i due ragazzi viaggiano, ancora una volta, su binari paralleli. Il messaggio ultimo della storia rimarrà etereo, lasciando più domande senza risposta che altro. E quando Haida(-figlio) sparirà nel nulla senza farsi più vivo, la possibilità di cogliere quel messaggio sparirà con lui.
Sturmtruppen, invece ha fatto del’unica cosa che gli interessa – le mappe – la sua unica ragione di vita. Ultimo e non propriamente simpatico figlio di una coppia dalle capacità economiche mediocri, si iscrive alla facoltà di Geografia per coronare il suo sogno di diventare cartografo. Ma cosa si cela dietro la cartografia? Che mondi si nascondo nella testa di quel ragazzo?
È come se Murakami avesse lasciato delle briciole di pace, dipingendo a tratti apparentemente sommari un personaggio che in realtà rivela più di quanto sembra: un ragazzo taciturno, ordinato, attaccato ferocemente alle sue convinzioni e alla sua routine ma che nasconde, nella sua testa, infiniti mondi possibili. Sturmtruppen vuole disegnare mappe, mappe del suo mondo: ma è il mondo reale del quale sta parlando, o il suo mondo mentale?
Alla fine, Sturmtruppen aveva qualcosa da dire, qualcosa da esprimere, ma il cosa, sfortunatamente, non lo sapremo mai.

La Svalutazione dei Valori

Sulla scia delle affermazioni appena fatte riguardo il significato di nichilismo, appare anche la mancanza di interesse avvertito in modo più o meno inconscio dai protagonisti dei romanzi.

«Alla fine di maggio l’università entrò in sciopero, al grido di “smantellare l’università”. Bene, pensai, se si tratta di smantellare, fate pure. Buttatela giù, fatela a pezzi e calpestatela fino a ridurre tutto in polvere. Non me ne importa niente. Se lo farete per me sarà un sollievo, al resto ci penserò io. E se avete bisogno di una mano, sono pronto. Basta che facciate presto.»
(Norvegian Wood, pagina 56)

In questa pagina del romanzo Tōru, che è completamente assorbito dal suo rapporto con Naoko, quando la ragazza non si fa più viva precipita in una sorta di apatia (o analfabetismo) emotiva. Al contrario del suo amico Nagasawa, che non si fa problemi a passare da una ragazza all’altra nonostante sia fidanzato con Hatsumi, e che ha un opinione fin troppo cinica e realistica della situazione –  è perfettamente consapevole che lo sciopero non è destinato a durare, e che gli stessi studenti che si identificano come rivoluzionari, una volta usciti dall’ambiete protetto della facoltà rientreranno negli standard della società e si conformeranno scegliendo lavori mediocri e famiglie mediocri –, al contrario Tōru sviluppa un’insofferenza verso tutto quello che lo circonda, dal suo compagno di stanza – soprannominato Sturmtruppen – alla società.
L’insofferenza di Tōru ha fine con il termine dell’occupazione, quando tutti ritornano alla normalità, quasi che nulla fosse successo, anche se qualcosa appare irrimediabilmente cambiato.

«Nell’università erano investiti grandi capitali ed era impensabile che [le autorità n.d.a.] li lasciassero andare a picco dicendo “Prego, fate pure” solo perché gli studenti erano in rivolta. D’altra parte neanche gli studenti che avevano occupato l’univerità e costruito le barricate pensavano davvero di smantellarla. Quello che cercavano loro erano dei cambiamenti nella gestione dell’università, cosa di cui non mi importava proprio niente. Perciò quando lo sciopero fu stroncato, non provai nessuna particolare emozione.
[…]
Finito lo sciopero, quando le lezioni ripresero sotto il controllo della polizia, i primi a presentarsi in aula furono proprio gli studenti che avevano capeggiato la rivolta. Come se niente fosse accaduto, venivano in classe, prendevano appunti e rispondevano all’appello.
[…]
Alla seconda settimana di settembre giunsi alla conclusione che l’istruzione universitaria per me non aveva il minimo significato. Decisi di utilizzare quelle lezioni come esercizio per sopportare la noia. D’altra parte non vedevo alternative nel mondo di fuori che mi convincessero a lasciare l’università. Così continuavo ad andarci tutti i giorni, seguivo i corsi, prendevo appunti, e tra una lezione e l’altra restavo in biblioteca a leggere o a studiare.»
(Norvegian Wood, pagine 63-64)

Nel secondo romanzo, invece, il tema della svalutazione dei valori è insito nel protagonista stesso, e l’autore nel presentarlo usa parole che calzano a pennello:

«[…] solo Tazaki Tsukuru sembrava privo di una personalità dalle caratteristiche spiccate. Non nutriva un eccessivo interesse per lo studio […] L’esercizio non gli dispiaceva, ma […] sempre senza esagerare. […] Lui stesso, guardandosi allo specchio, si trovava irrimediabilmente noioso. Non si appassionava a nessuna forma d’arte, non aveva hobby o abilità particolari. Taciturno, poco socievole, arrossiva facilmente e non si sentiva a suo agio con le persone appena conosciute.
[…] Tzukuru, però, non aveva alcuna caratteristica di cui andare fiero. Né qualcosa che lo distinguesse dalla massa.»
(Tazaki Tsukuru, pagina 11)

È Tsukuru stesso, qui, a percepire dentro di sé qualcosa di ignoto e indescrivibile, un qualcosa che ha le sembianze di una voragine.
Non solo Tsukuru svaluta se stesso e tutto ciò che lo circonda, ma da anche prova di non essere in grado di comunicare, né con sé stesso, né con le persone che lo circondano.

«A volte Tsukuru si chiedeva per quale ragione fosse stato accolto nel gruppo dei suoi amici. Era proprio vero che gli altri quattro avevano bisogno di lui? Oppure stavano meglio, si sentivano più a suo agio, in sua assenza? Magari non se n’erano ancora resi conto, ma prima o poi ci sarebbero arrivati, era solo questione di tempo. O no? Più ci pensava, meno ci capiva. Cercare di conoscere il proprio valore è come pesare qualcosa privi di un’unità di misura. L’ago della bilancia non riesce a fermarsi con uno scatto netto in un punto preciso.»
(Tazaki Tsukuru, pagine 12-13)

Quali sono quindi, i risultati della svalutazione dei valori?
I giovani non sono più in grado di comunicare, poiché i loro sentimenti sono diventati piatti, i loro cuori inariditi, nulla riesce più a suscitare in loro forti emozioni. Hanno disimparato l’empatia, e sono diventati incapaci di comprendere le persone che li circondano, e che sono in grado di descrivere gli effetti fisici che le loro emozioni hanno sui loro corpi, non sanno spiegare gli effetti che hanno sui loro cuori e le loro anime.
Provano sensazioni ed emozioni, ma restano senza nome, poiché non sono in grado di dargliene uno.
La famiglia non è più un punto di riferimento: Tōru non parla quasi mai di loro, e non da segno che gliene importi davvero qualcosa e Tsukuru non dimostra particolare attaccamento ai propri familiari, ben che meno al padre, figura distaccata e assente nella vita del ragazzo, nonostanze la sua insistenza nel chiamarlo proprio “Tsukuru”.
La scuola, come già ampiamente esemplificato dalle citazioni selezionate, non ha nessun ruolo se non quello di una routine da seguire per sconfiggere la noia, senza che ne consegua, per lo meno da parte di Tōru, un reale vantaggio. I professori non sono in grado di coinvolgere gli studenti, di trasmettere passione e interesse.
La società è un agglomerato di persone tutte uguali, che fanno tutte le stesse cose.
Un sentimento come l’onestà cede il posto alle più mere scorrettezze, e il sesso diventa un atto meccanico fine a sé stesso, e non al raggiungimento del piacere del partner o proprio. Non è quasi più sesso, ma un semplice esercizio fisico.
La propria cultura di origine passa in secondo ruolo rispetto ad una cultura “estranea” di oltreoceano.
Viene meno l’unità e la coesione, lasciando spazio a sensazioni di alientante distacco tra sé e gli altri.
E, soprattutto, manca una direzione nella quale andare.
Se, secondo Nietzsche, la svalutazione dei valori supremi era “risolvibile” solo con l’avvento del superuomo (Übermensch: più letteralmente “oltreuomo”, “che supera l’uomo [comune]”) che sarebbe stato in grado di creare di nuovo il “senso”, i “valori” e un “fine” per l’uomo, rapportandosi con il mondo reale e fisico in modo positivo,  la conclusione alla quale giunge Murakami è che questo non è possibile.
Nessuno è in grado di salvare gli animi di quei ragazzi.

I Gesti Estremi

Ma se i valori supremi si svalutano, che ne è della vita, il valore più supremo di tutti?
La vita, inevitabilmente, perde anch’essa di significato.
Umberto Galimberti definisce due tipologie di gesto estremo: quello omicida, e quello suicida. Entrambi sono presenti nei romanzi di Murakami, ma entrambi assumono una forma impalpabile e indefinibile, come un demone oscuro, che perseguita i personaggi fin dall’inizio della loro storia.

«- A quella ragazza si era attaccato uno spirito maligno,- disse Eri a bassa voce, come se rivelasse un segreto. – La tallontanava, senza allontanarsi né avvicinarsi, la braccava, la perseguitava soffiandole sul collo il suo fiato gelido. È l’unica spiegazione possibile a tante cose: alle accuse che ha fatto a te, all’anoressia, alla vicenda di Hamamatsu… […] È stato uno spirito maligno… o qualcosa che ci andava molto vicino… e alla fine è riuscito ad annientare Yuzu
(Tazaki Tsukuru, pagina 216)

«LA MORTE NON È L’OPPOSTO DELLA VITA,
MA UNA SUA PARTE INTEGRANTE.
[…]
Fino ad allora io avevo sempre considerato la morte come una realtà indipendente, completamente separata dalla vita. Come a dire: “Un giorno prima o poi la morte allungherà le sue mani su di noi. Ne consegue che fino a quando ciò non avverrà essa non potrà toccarci in nessun modo”. Questo mi sembrava un ragionamento assolutamente onesto e logico. La vita di qua, la morte di là. Io sono da questa parte, e quindi non posso essere da quella.
Ma a partire dalla notte in cui morì Kizuki, non riuscii più a vedere in modo così semplice la morte (e la vita). La morte non era più qualcosa di opposto alla vita. La morte era già compresa intrinsecamente nel mio essere, e questa era una verità che, per quanto mi sforzassi, non potevo dimenticare. Perché la morte che in quella sera di maggio, quando avevo diciassette anni, aveva afferrato Kizuki, in quello stesso momento aveva afferrato anche me
(Norvegian Wood, pagina 33)

Ma cosa spinge questi giovani a commettere gesti estremi?
Cosa pensavano Kizuki, o Naoko, o sua sorella, o Hatsumi, mentre in un modo o nell’altro ponevano fine alla loro vita? In quale baratro oscuro Tsukuru stava per precipitare? Cosa c’era nel cuore dell’assassino di Yuzu?
La verità, è che non possiamo saperlo.
Il gesto omicida viene rappresentato in modo ambiguo, nel romanzo di Murakami.
Se da un lato viene descritto con un certo distacco, usando come scusante l’orrore della scena, e in modo abbastanza vago, in quanto non se ne conosce né movente né autore, dall’altro lato c’è una morbosa attrazione verso di esso, che spinge Tsukuru a fantasticare su come avrebbe agito se fosse stato al posto dell’assassino, arrivando quasi a convicersi di essere stato lui, o per lo meno una parte di lui, ad uccidere la sua amica di infanzia. Stessa morbosa attrazione che spinge i ragazzi sulla cronaca nera come mosche, tentando di scoprire quanti più dettagli possibili sugli omicidi che quasi quotidianamente i telegiornali propongono alle famiglie.
E la motivazione? La curiosità.
La curiosità verso il proibito, verso qualcosa che sicuramente allontana, anche se solo per un attimo, questi giovani ragazzi dalla noia.
E con noia e indifferenza viene anche trattata la vita altrui, e Galimberti porta l’esempio dei “ragazzi del cavalcavia”, che dai cavalcavia delle autostrade lanciano sassi sulle auto in moto, facendole occasionalmente sbandare e causare incidenti che costano anche molte vite.
Ma come ogni droga, anche la morte dà assuefazione, fino a che non te ne importa più nulla di nessuno.
Per quanto riguarda il gesto suicida, non possiamo sapere cosa può spingere un ragazzo o una ragazza la cui vita è apparentemente perfetta ad ammazzarsi. Ed è questo, il problema di fondo: ovvero che le morti di ragazzi e ragazze anche giovanissimi ai nostri occhi non hanno senso.
Ma ai loro, di occhi, cosa aveva senso? Cosa turbava quelle menti a tal punto di condurli al nulla eterno?

«Dal suo ritorno a Tōkyō, per sei mesi Tsukuro visse sulla soglia della morte. Si era organizzato un piccolo spazio sul bordo di una buia voragine senza fondo, e lì conduceva la sua solitaria esistenza. Un posto pericolosissimo: sarebbe bastato che dormendo cambiasse posizione per rotolare giù, nel nulla.»
(Tazaki Tsukuru, pagina 31)

Questo non si applica solo ai romanzi di Murakami, ma ai giovani tutti di questa società, dai ragazzini di dodici anni vittime della famigerata Blue Whale, una malata challenge della durata di 50 giorni con una sfida – che spesso consiste in autolesionismo fisico e psicologico – al giorno per culminare con la sfida di buttarsi giù dal tetto più alto della propria città e quindi a suicidarsi, alla Hannah Baker di Tredici (serie tv che io non ho visto per principio, in quanto il messaggio, a mio parere, che più traspare da quella serie tv è estremamente negativo) che prima di tagliarsi le vene e lasciarsi morire dissanguata in una vasca invia ai suoi conoscenti delle cassette con le tredici ragioni per le quali aveva deciso di togliersi la vita.
Leggiamo le loro storie, le loro vite, e ci chiediamo perché può essere successa una simile disgrazia.
Ci chiediamo perché, ma non ci sforziamo di capire. Perché provare a capire qualcosa che non ha senso?
Ed è qui che si commette l’errore fatale. Pensare che non abbia senso, pensare che il ragazzo o la ragazza problematico/a stia solo cercando di attirare l’attenzione, o che stia reagendo in maniera eccessivamente melodrammatica.
E invece, per quei ragazzi, per i personaggi di Murakami, un senso c’era. Una logica, un nesso causale, c’era. Ma noi non possiamo vederlo, perché non possiamo entrare nelle teste di quei ragazzi aprendole in due e sviscerando ogni oscuro segreto.

«Hatsumi – come molte altre delle persone che ho conosciuto nel corso della mia vita – arrivata a un momento cruciale, senza che niente lo lasciasse presagire, si uccise.»
(Norvegian Wood, pagine 273-274)

Questi sono i dettagli che ci inquietano, sia come lettori, sia come persone.
La mancanza di moventi, la mancanza di segnali evidenti che cerchino, per quanto possibile, di dare un senso in tutto quanto.

«- Lei aveva già deciso tutto dall’inizio. Perciò era così allegra, in forma e sorridente. Forse una volta presa la decisione si era sentita finalmente rilassata.
[…]
Quando mi sono svegliata alle sei lei non c’era. Aveva lasciato lì la camicia da notte, mentre mancavano i suoi vestiti le scarpe da ginnastica e la torcia elettrica che stava sempre sul comodino. Ebbi subito un brutto presentimento. Se mancava la torcia voleva dire che era uscita quando era ancora buoio. […] Cominciammo subito a setacciare tutta la zona dagli edifici fino ai boschi circostanti. Ci mettemmo cinque ore a trovarla. Aveva pensato a tutto, si era portata dietro perfino la corda.»
(Norvegian Wood, pagine 360-363)

Per Naoko, invece, un senso c’era, anche se non ha voluto comunicarcelo. Ha preferito agire in silenzio, per conto suo, sparendo nelle tenebre della morte senza che nessuno potesse fermarla, raggiungendo quel luogo dal quale sua sorella maggiore e il suo primo amore, Kizuki, la stavano chiamando.

Le Malattie Mentali

Shawn Coss, un’artista che pubblica on line i suoi lavori, resosi celebre per il suo stile di disegno cupo e macabro, durante l’iniziativa dell’Inktober – dove per tutto il mese di ottobre i disegnatori devono realizzare e pubblicare un disegno sui loro blog o pagine – che si è realizzata questo autunno, ha proposto una sua versione particolare di questa iniziativa: una rappresentazione grafica di alcuni tra i più famosi, o macabri, disturbi mentali.
È quasi inutile dire che nel momento in cui questi disegni sono andati on line sono diventati immediatamente virali, e nei commenti si potevano leggere le esperienze di persone affette dai disturbi da Shawn rappresentati e che, prendendo il disegno corrispondente alla loro malattia come spunto, hanno deciso di raccontarsi, di raccontare le loro storie, le loro guarigioni, e come vedere finalmente rapprensentato con accuratezza quasi sovrumana fobie che anche per anni li avevano tormentati fosse stato per loro di enorme importanza. Di importanza tale che Shawn ha deciso di avviare una raccolta fondi per finanziare la ricerca sui disturbi mentali in concomitanza con il Mental Health Awareness Month (Mese della Consapevolezza delle Malattie Mentali, che si tiene dal maggio del 1949 in America), stampando i suoi disegni su delle magliette e poi vendendole, riusciendo a raccogliere più di tremila dollari.
Perché, come dice Umberto Galimberti nel suo libro L’ospite inquietante. I giovani e il nichilismo, «I giovani stanno male».
Talmente male che negli ultimi decenni si è rivelato, a livello statistico un notevole incremento non solo di bambini affetti da dislessia o disturbi dello spettro autistico, ma anche una notevole richiesta di aiuto da parte di giovani, di famiglie, di un’intera fetta di popolazione che sente più che mai l’angoscia del suo tempo.
Il disagio è diventato troppo grande per poter essere ignorato ed andare avanti.
I personaggi, così come le persone reali, sono affetti da malattie mentali che spesso sono incurabili, sebbene ci si possa convivere.
Sono ragazzi, quelli reali e quelli di Murakami, che ogni giorno combattono contro i demoni delle depressioni, delle paranoie, delle psicosi.
Dolori come questi sono difficili da quantificare.
Pure io, che per lungo tempo ho sofferto e soffro tuttora di depressione, e che sono in cura con diversi terapeuti, alla domanda: “Che cos’hai?” o “Cosa ti senti?” spesso non sono in grado di dare una risposta.
Come dice Naoko, a volte trovare le parole giuste è molto difficile, e molte volte quelle parole ti sfuggono. E allora ti chiudi nel silenzio, non perché tu non voglia comunicare o voglia auto-isolarti; semplicemente perché non sai cosa dire.
Un momento stai bene e quello dopo ti ritrovi immerso in un pantano fatto di attacchi di panico, paranoie, disturbi ossessivi di vario genere, manie, allucinazioni e quando sei lì, nel pantano, non hai idea di come uscirne.
Tempo fa, avevo letto su internet di alcuni utenti che avevano fatto metafore apparentemente stupide ma in realtà perfettamente calzanti sulla depressione.
Il primo aveva detto: «La depressione è come provare a pelare una patata con un’altra patata, non è divertente e non funziona e vorresti solo metterti a piangere» e uno dei commentatori aveva risposto: «E le persone sono tipo “Mio Dio! Perché non ti prendi semplicemente un pelapatate?!” e poi loro ti passano un’altra maledetta patata».
Fortunatamente, non tutte le persone che frequentano più o meno regolarmente i centri di terapia psicologica o psichiatrica sono affetti da patologie gravi.
La mggior parte delle persone avvertono semplicemente una sorta di disagio. Sono coloro, quelli più sensibili, che vivono il nichilismo e le sue conseguenze.
L’ospite inquietante si è instaurato nelle loro menti e nei loro cuori, ma invece di condurli alla pazzia o a gravi patologie psichiatriche, si limita solo ad agire da elemento disturbatore, come un rumore di sottofondo, come una radio sintonizzata male.
Ed è un rumore, che non tutti hanno imparato a mettere a tacere, ed i “tecnici della sofferenza” vengono chiamati a gestire un malessere che non solo è spropositato nell’ampiezza, ma presenta un contenuto tale, inafferrabile, che coglie impreparati molti di loro.





 La gioventù incolore

Ed è così che si arriva alla gioventù incolore, dopo un graduale processo di estraniazione dalla realtà che ci circonda. Guardandosi intorno, i giovani vedono la società imporre loro modelli in cui loro non si riconoscono. Nelle loro famiglie, a scuola, nei luoghi pubblici, ovunque.
I giovani conducono la loro vita per forza di inerzia, trascinandosi giorno dopo giorno senza più trovare uno scopo alcuno alle loro esistenze, un senso alle loro vite, incapaci perfino di descrivere sé stessi o quello che provano.

« - Ma non ho fiducia in me stesso.
- Perché?
- Perché non ho un’identità. Non ho nessuna caratteristica, sono incolore. Non ho nulla da offrire. Questo è il mio problema, da sempre. Da sempre mi sento poco più di un guscio vuoto. Come recipiente, può darsi che abbia una forma soddisfacente, ma dentro non ho nulla che si possa veramente definire un contenuto. Non credo di essere alla sua altezza. Col passare del tempo Sara mi conoscerà sempre meglio, e ne rimarrà delusa. Finirà per abbandonarmi. Non lo pensi anche tu?»
(Tazaki Tukuru, pagina 227)

«- Non riesco a parlare molto bene, - disse Naoko. – Ho questo problema già da un po' di tempo. Ogni volta che cerco di dire qualcosa, mi vengono sempre le parole meno adatte, se non addirittura opposte a quelle che vorrei dire. E se cerco di correggermi, mi confondo ancora di più e peggioro la situazione al punto che alla fine non so più nemmeno quello che volevo dire. È come se il mio corpo si dividesse in due parti che giocano a rincorrersi. E al centro c’è questa colonna immensa e le due parti continuano a rincorrersi girandoci attorno. Ad afferrare le parole giuste è sempre l’altra parte, e io non riesco a starle dietro -. Naoko sollevò il viso e mi guardò negli occhi. – Puoi capire una cosa del genere?»
(Novegian Wood, pagina 27)

Un violento e diffuso analfabetismo emotivo colpisce le nuove generazioni. I giovani sono privi di fiducia, in loro stessi e nel prossimo. Il futuro viene percepito come una minaccia anziché come promessa, come un baratro senza risposte. E per futuro non si intende il domani, o il dopodomani, ma il concetto stesso di futuro, una propensione verso qualcosa che deve ancora avvenire, una forza propulsiva che gradualmente è andata con l’esaurirsi. Il futuro, che una volta era  quintessenza della speranza e della positività dopo la morte di Dio annunciata da Nietzsche ne La Gaia Scienza, ora cambia di segno, trasformandosi in pessimismo e disperazione. Con la morte di Dio muore anche lo scopo che Dio incarnava: ovvero la realizzazione di un fine, come promessa di verità e salvezza. Per la gioventù incolore che vive la morte di Dio non esiste verità, non esiste salvezza, né tanto meno un fine. E anche gli eredi di Dio, la scienza e il progresso, hanno fallito nell’adempiere alla promessa: nemmeno la medicina è in grado di salvare il padre di Midori dal cancro al cervello, nemmeno la terapia psichiatrica è in grado di evitare il suicidio di Naoko, nemmeno la giustizia può dare pace a Yuzu trovando il suo stupratore o il suo assassino.

«- Dove sei adesso? – chiese con voce calma.
Già, dove ero adesso?
Con il ricevitore in mano alzai lo sguardo e mi guardai intorno dietro i vetri della cabina. Dove ero adesso? Non sapevo dove fosse quel posto. Non ne avevo la più pallida idea. Dove diavolo mi trovavo? Quello che vedevo attorno a me era solo una folla di gente che mi passava accanto diretta chissà dove. Da quel luogo che non era da nessuna parte rimasi in linea con Midori.»
(Norvegian Wood, pagine 373-374)

«In questo mondo però non si può sempre scegliere ciò che piace. La vita è lunga, e a volte dura. In certi casi è necessario sacrificare qualcuno. E quel qualcuno deve assumersi il ruolo di vittima. Inoltre il corpo umano è fragile, vulnerabile, e quando viene ferito, sanguina.
In ogni caso, se domani Sara non sceglierà me, morirò davvero. Non c’è molta differenza tra morire realmente o metaforicamente. L’incolore Tazaki Tsukuru sbiadirà completamente e lascerà zitto questo mondo. Tutto si perderà nel nulla, resterà soltanto una dura zolla di terra congelata, ecco a cosa si ridurrà tutta questa storia.
Non è grave, si disse. Ci sono andato vicino già tante volte, e se dovesse succedermi davvero, non ci sarebbe niente di strano. Si tratta soltanto di un fenomeno fisiologico. Le molle dell’orologio a poco a poco si allentano, la forza di inerzia si avvicina definitivamente allo zero, finchè l’ingranaggio si ferma e le lancette si bloccano in una posizione. Cala il silenzio. Non è tutto qui?»
(Takazi Tsukuru, pagina 259)

Entrambe queste citazioni provengono dalle parti conclusive dei romanzi, ed entrambe lasciano spazio a finali che tutto sono tranne che definiti.
I due racconti hanno, da un certo punto di vista, una stuttura molto simile, basata su due linee temporali che si sviluppano in parallelo. La prima, è la linea temporale dove i due protagonisti sono giovani, mentre la seconda li vede in età adulta. Tuttavia, ci sono delle sostanziali differenze.
Se nel primo romanzo pubblicato, Norvegian Wood, il focus è sulla gioventù di Watanabe Tōru, le sue vicende con Naoko e Midori, l’amicizia un po' controversa con Nagasawa e le scelte che ogni personaggio compie influenzando il destino degli altri, nel secondo romanzo, l’incolore Takazi Tsukuru e i suoi anni di pellegrinaggio, che l’Asahi Shimbun, uno dei maggiori giornali giapponesi, ha definito “un’evoluzione di Norvegia Wood” il focus è sulla versione adulta del protagonista, rimasto profondamente influenzato dai traumi della sua gioventù, dall’espulsione dal suo gruppo dei cinque amici, alla depressione e all’abbandono anche da parte di Haida.
I due romanzi sono uno speculare all’altro, e uno l’opposto dell’altro.
Se infatti noi siamo a conoscenza di tutto ciò che è il background di Tōru, tutta la sua storia, non siamo certi del suo futuro: cosa ci faceva, all’inizio del romanzo, in Germania? Che lavoro fa? Cosa ha scelto di fare della sua vita? E Midori? I due giovani sono rimasti insieme, dopo che il ragazzo l’ha contattata? Oppure Midori seguirà il destino della sua famiglia, e anch’essa ad un certo punto morirà di atroci sofferenze?
Davanti a Watanabe, c’è un vuoto di infinite possibilità: quale tra tutte queste strade ha deciso di percorrere?
Nessuno, nemmeno l’autore stesso, sa cosa ne è stato di loro, e Murakami ha espresso il desiderio, durante un’intervista, che i lettori non si pongano la questione. Ma non è così semplice, non è così?
L’essere umano è in perenne ricerca di risposte, al senso della vita, al perché siamo in questo preciso luogo in questo preciso momento.
La mancanza di risposte è anche il modo in cui Tsukuru conclude la sua storia. Dopo avere passato sedici anni senza sapere perché i suoi amici lo avevano così crudelmente ripudiato, ora sa cosa è sucesso, sa perché i suoi amici lo hanno allontanato. Ma tanti misteri, nella sua vita, restano irrisolti, a partire dal giovane Haida, sparito nel nulla durante le vacanze invernali, o al jazzista misterioso con il suo sacchetto appeso al collo, o a chi sia l’assassino di Yuzu, che durante una fredda sera di inverno ha stretto una corda intorno al suo collo da cigno. La domanda più importante di tutte, tuttavia, domanda della quale non conosciamo e non conosceremo mai risposta è: alla fine Sara sceglierà Tsukuru o l’altro uomo con la quale Tsukuru l’ha vista camminare per strada?
Anche qui, il baratro delle possibilità si apre sull’ultima pagina, lasciando il lettore, e i personaggi, senza risposte certe.
Ed è senza risposte che si continua ad andare avanti, giorno dopo giorno, incolori, nell’attesa che la vita (o la morte) prendano le decisioni al posto nostro, ogni giorno guardandoci dentro, guardandoci indietro, e chiedendoci come abbiamo fatto ad arrivare fino a quel punto senza accorgersene, «dominati da quelle che Spinoza chiamava le “passioni tristi”» (l’epoca delle passioni tristi, pagina 20) che non sono la semplice tristezza o malinconia, ma la sensazione di impotenza e di disgregazione.
Ciò che manca, è la coesione tra i giovani e il mondo che li circonda, che sembrano sempre di più appartenere a universi paralleli.
Ciò che manca, è qualcosa a cui non sappiamo dare un nome.

Indice bibliografico e sitografico

      -        H. Murakami, Novegian Wood, ed. Einaudi, Torino 2013 (con introduzione e traduzione di G. Amitrano e nota dell’autore).
-        H. Murakami, L’incolore Tazaki Tsukuru e i suoi anni di pellegrinaggio, ed. Einaudi Numeri Primi, Torino 2015 (traduzione di Antonietta Pastore).
-        M. Benasayag, G. Schmit, L’epoca delle passioni tristi, ed. Universale economica/saggi Feltrinelli, Milano 2017 (traduzione di Eleonora Missana).
-        U. Galimberti, L’ospite inquietante. Il nichilismo e i giovani, ed. Feltrinelli, Milano 2008.
-        https://it.wikipedia.org/wiki/Giorgio_Amitrano per la biografia di Giorgio Amitrano.
-        http://bibliotecaestremooriente.blogspot.it/ per la sua intervista a Giorgio Amitrano.
-        http://animadellestorie.blogspot.it/ per la sua recensione di Takazi Tsukuru.
-        http://infeltrita.blogspot.it/ per le sue recensioni di Norvegian Wood e Tazaki Tsukuru.
      -        http://www.boredpanda.com/ per la condivisione dei disegni di Shawn.
-     http://shawncossart.com/ sito di Shawn Coss, l’artista dell’Inktober.

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