25 giugno 2016

Lounge di Neeks, 2

I'm Still Here, John Zreznik


Ed eccoci di nuovo qua, miei lettori.
Come avevo anticipato nel mio Lounge precedente, voglio raccontarvi più nel particolare che cosa mi è successo nell’ultimo anno e mezzo. Perché parlarne anche con voi?
Perché questo blog è importante per me. E per proprietà transitiva lo sono anche i miei lettori, e voglio condividermi con voi.
Il mio percorso, il mio divenire, è iniziato nel settembre del 2014, ed è durato fino alla primavera di quest’anno.
È stato difficile? Certo, è stata una delle cose più difficili che abbia mai fatto.
È stato doloroso? Oh, potete scommetterci. A volte è stato così doloso che non pensavo che ce l’avrei fatta, che pensavo di essere ad un passo dal mollare.
Ma non l’ho fatto, non ho mollato. E, fortunatamente, è cambiato tutto in meglio.
Penso non ci sia stato un inizio vero e proprio. È una cosa che c’è sempre stata, che è cresciuta insieme a me.
Purtroppo, non posso dire di aver avuto una bella infanzia. Ho alcuni ricordi piacevoli, ma nel complesso sono stati anni orribili. Sono una persona al contempo molto acuta e molto sensibile, due cose che non vanno molto d’accordo. Sentivo le cose intorno a me in modo particolare, e mi facevo più domande del necessario. Credo di aver sempre percepito di essere diverso dalle altre persone, dagli altri bambini. Quello che non avevo ancora capito era che “diverso” non era sinonimo di “sbagliato” ma di “unico nel suo genere”.
Io ero la pecora nera del gregge. Non riuscivo ad integrarmi, le relazioni umane non erano il mio forte. Subii anche atti di bullismo che mi portarono ad una quasi completa emarginazione.
Il risultato fu che mi guardavo intorno e vedevo gli altri che ridevano, che si divertivano, che avevano amici, e poi c’ero io, che non ero in grado di fare nessuna di queste cose.
Maturò in me l’idea che il mio essere diverso dagli altri, fosse sbagliato, che io fossi sbagliato, che io avessi qualcosa che non andava.
Maturò in me l’idea del suicidio.
Vissi in una profonda depressione, un circolo vizioso senza via di uscita, in cui la morte sarebbe potuta essere la mia unica scelta possibile. Ma più che dalla morte, ero ossessionato dall’idea del fallimento, una cosa che mi avrebbe accompagnato ancora per molto tempo.
Non temevo la morte, temevo di fallire nel tentativo di ammazzarmi. Perché? Perché ero un codardo, e non avrei potuto affrontare chi avevo provato a lasciarmi indietro, non avrei saputo guardarli in faccia, se mi avessero salvato. Quindi esitavo, procrastinavo. La paura di fallire era più grande della paura di riuscire.
Chiedere aiuto a qualcuno era fuori discussione. Non c’era nessuno, all’epoca, del quale mi fidassi, che reputassi degno della mia fiducia, né all’interno della mia famiglia, né all’esterno. L’unica persona sulla quale contavo, l’unica certezza, ero io stesso.
Avevo questa bestia, nella mia testa, una ‘bestia urlante’, che all’epoca identificavo con la sofferenza che mi portavo dentro. Fatto sta che avevo questa bestia nella mia testa che urlava, che scalciava. Con il senno di poi penso che stesse cercando di farmi muovere il culo e uscire dalla depressione, ma sul momento l’unica cosa che volevo era che smettesse, che tacesse per sempre. Volevo solo un po' di silenzio, un po' di pace.
Ma la paura, oh, è stata quella a salvarmi.
La paura di fallire mi ha impedito di tentare. La mia codardia mi ha salvato la vita, e gliene sono immensamente grato.
Da quel momento, per anni, avrei odiato me stesso per quello che avevo provato a fare. Un odio, una rabbia profonda che mi sarei tirato dietro per tutta la mia seconda vita.
Però, per una volta, ho avuto fortuna.
Ho conosciuto alcune persone che in futuro mi avrebbero salvato la vita. Che mi avrebbero insegnato che c’era di più, che valeva la pena di vivere, che anche per me, nonostante tutti i demoni che mi portavo appresso, anche per me c’era una speranza di essere felice.
E in un qualche modo lo sono stato, felice. Ho fatto cose che non avrei mai pensato di poter fare. Mi sono innamorato della vita, delle possibilità che poteva offrirmi e che ora potevo cogliere, perché ero vivo.
Ma più amavo la mia vita, più odiavo quella parte di me che la vita aveva voluto togliersela.
Ho passato i successivi sei anni in un atteggiamento di auto negazione e auto distruzione. Io mi ignoravo, non mi conoscevo, facevo di tutto per cancellare quello che ero stato, per uccidere la “bambina sbagliata” che ero stato.
Ho passato sei anni indossando una maschera, fingendo che di essere qualcosa che non ero, perché era quello che ci si aspettava da me. E anno dopo anno, sono andato avanti così.
Ed eccoci al fatidico settembre 2014. Il settembre dove avrei iniziato a mettere mano a tutto quel karma accumulato negli anni precedenti. Tempo di dare il via al mio divenire. Il meraviglioso momento in cui tutto è crollato, in cui ho capito che non potevo andare avanti in quel modo, ma che qualcosa doveva cambiare.
Quel settembre partecipai ad un campo di tre giorni di couch counselling, organizzato da uno dei referenti dell’associazione di volontariato con la quale ero affiliato all'epoca. Sono stati i tre giorni più intensi di sempre.
È stato lì che mi sono accorto per la prima volta che qualcosa nella mia vita non andava, e che forse quel qualcosa non ero io. Iniziai un percorso in solitario, fatto di riflessione, meditazione. Iniziai a tenere un diario (rigorosamente acquistato da Tiger) dove scrivevo tutto quello che mi passava per la testa.
Ed è stato così, che mese dopo mese, ho iniziato a conoscermi. Ho iniziato a capire veramente cosa fossi stato, cosa avevo passato.
E alla fine, ho fatto l’ultima cosa che mi sarei mai aspettato, l’unica cosa che avevo giurato di non fare.

Ho perdonato me stesso. Ho accettato tutti i miei errori, e ho perdonato quelle parti di me che li avevano commessi. Ho imparato a conoscere me stesso, ad amarmi. Ho accettato parti di me che non sapevo di avere, ho lasciato andare i fantasmi del passato.
E per un attimo, un solo, splendido attimo, pensavo che forse ero arrivato alla fine del mio percorso.
Povero, piccolo, illuso.
È stato in quel momento che ho iniziato a mettere in discussione la mia identità di genere. Ero già consapevole di guardare le ragazze con attenzione pari a quella che riservavo ai ragazzi, se non di più. Ma negli ultimi mesi, soprattutto da questo inverno, ho iniziato a chiedermi, chi io fossi davvero.
I mesi che vanno da dicembre ad aprile sono stati fisicamente e psicologicamente devastanti. Se non fosse stato per il sostegno offertomi da alcuni amici, in particolare Giuseppe Romeo che non ringrazierò mai abbastanza, semplicemente perché faccio schifo ad esprimere gratitudine, avrei dato di matto.
Così è iniziato il mio calvario, il mio questionare in profondità il rapporto con il mio corpo. A ripensare a tante cose, a tanti miei atteggiamenti e modi di fare, di essere, che con il senno di poi avrei potuto identificare come segnali che forse non ero una ragazza. E più ci pensavo, più trovavo motivi che confermavano questa mia ipotesi, più trovavo cose che io avevo sempre trovato fastidiose, nel mio essere “femminile”.
Ho iniziato a guardare video, a leggere articoli, interviste, ricerche, a fare qualsiasi cosa pur di smentire completamente o confermare completamente quello che pensavo.
Ma, alla fine, in verdetto è stato pressoché inevitabile. Transgender. Io ero transgender.
E nel momento in cui ho trovato quella parola, in cui ho finalmente smesso di mentirmi in faccia, cosa che avevo fatto per i precedenti diciotto anni e mezzo, tutto ha di nuovo trovato il suo posto, quello definitivo, quello che sento che mi appartiene. Ho trovato il posto giusto per me.
E per me è stata una vera benedizione. Sono solo all’inizio, lo so, e per il momento ho fatto solo due incontri con la psicologa del MIT (Movimento di Identità Transessuale) che ha iniziato a seguire il mio percorso, tuttavia ho fiducia. Ho come la sensazione, il presentimento, che questa cosa mi permetterà di tirare fuori il meglio dalla mia vita. Essere finalmente me, essere qualcuno che io sento più vero, mi sta permettendo di costruire e approfondire rapporti di amicizia.
Ho passato tutta la vita a fingere di essere qualcuno che non ero, a portare una maschera, perché era quello che tutti si aspettavano da me, perché non potevo permettermi di deludere nessuno. Ma ora è finita. Ho finito di fingere.
Questa è la mia strada, il mio divenire. Transizione verso un qualcuno più naturale, più spontaneo, più me.
E questo, signore e signori, è quello che sono. Io sono il divenire, il mio divenire, e lo sarò per sempre. Ed è giusto così.

Neeks