28 febbraio 2016

Talking About: Film

The Danish Girl, T. Hooper

  Questo è un film che io aspettavo di vedere da un bel pezzo. È uno di quei film che sono capaci di cambiarti la vita e io ne ero consapevole anche prima di vederlo.
Ecco perché sono andata al cinema del mio paese da sola in una piovosa domenica pomeriggio, struccata e con una buona scorta di fazzoletti e cioccolato-da-sostegno-psicologico.
Sono contenta di essere stata così previdente.
Non penso di aver mai pianto tanto per un film in tutta la mia vita. Ho pianto per tutta la seconda metà, poi mi sono calmata; come sono uscita dal cinema ho riiniziato a piangere, poi mi sono calmata; poi come sono rientrata a casa ho ricominciato di nuovo e sono andata avanti per tipo quaranta minuti. Insomma, un disastro.
Vi confesso che mentre in questo momento sto scrivendo, non ho la più pallida idea di dove mi porterà questa recensione. Non ho idea di cosa scriverò.
Penso semplicemente che dirò tutto quello che ho da dire, senza giri di parole, senza premesse. Potrà sembrare confuso, ma confusa è esattamente la parola che userei per descrivermi in questo momento.
Pensavo che questo film sarebbe stato come tanti altri che avevo visto, storie vere, storie di persone incredibilmente coraggiose. Mi sbagliavo. Questa storia è molto di più. Ha qualcosa di più, mi ha fatto sentire qualcosa e lo ha fatto in modo talmente forte da costringermi in lacrime per ore.
Ma forse ero io, e non il film. Forse ero io che questa volta riuscivo a sentire, a provare, qualcosa.
Sentivo quello che sentiva Einer, come lui sentiva quello che sentiva Lili.
Ho provato la sua timida confusione, i suoi approcci lievi verso un mondo che non gli apparteneva, il mondo dell’altro, mentre Einer si riteneva semplicemente affascinato dalla femminilità, fascino causato dalla sua sensibilità. E all’inizio è sempre così, è tutto un “e se…?”.
E poi eccola, la rivelazione, la folgorazione. Il momento di eureka in cui realizzi quando profondamente giusto è quello che stai facendo, come il tuo essere l’altro sia profondamente giusto. Come se ci fosse sempre stato, come se stesse semplicemente aspettando il suo momento.
E tutto cambia, il mondo intero cambia.Ed è bellissimo. È tutto meravigliosamente al suo posto, e ci si può dimenticare persino di sé stessi.
Fino a che non si ricade. Fino a che non ci si rende conto che mentre il mondo è al suo posto, tu non lo sei. Ci si rende conto che c’è qualcosa di sbagliato, in quello che si è. Si diventa frenetici.
Penso che il momento simbolo della trasformazione di Einer in Lili non fosse l’indossare l’abito da ballerina di Ulla, amica di Einer e Gerda, e non è nemmeno il bacio con un uomo durante la serata degli artisti. Penso che il momento in cui veramente lui prende la decisione di essere lei, è quando si spoglia all’atelier dove tiene i costumi per le modelle. Quando si strappa i vestiti di dosso, sperando per miracolo di trovarvi al di sotto il corpo di una donna. E poi la terribile desolazione nel suo sguardo, quando si rende conto di essere ancora Einer, e che Lili, per il momento, vive e respira solo nella sua testa.
E nelle tele di Gerda. Einer vede Lili attraverso i ritratti di sua moglie, vede come vorrebbe essere, vede qualcosa che non può avere, ma per un po’ va bene comunque. I ritratti di Lili Elbe sono come un modo per dire al mondo che lei esiste, che è reale, che si può guardarla e persino ritrarla. Lili Elbe smette di essere un pensiero nella testa di Einer, ed Einer smette di essere.
Ed è in quel momento, che si gioca il tutto per tutto. Perché Lili non demorde, Lili non è disposta a svanire, e con determinazione decide di andare avanti con la messa in scena, che giorno dopo giorno è sempre più reale.
Ma non si può avere una cosa senza darne una in cambio. Così Lili non può essere Lili fino a che Einer non avrà capito che dentro di lui c’è spazio per una sola persona. Quindi vengono le visite mediche, e i pareri dei dottori.
“Possiamo curarla, dobbiamo solo trapanarle in cranio”.
“Lei è omosessuale”.
“Lei è schizofrenico”.
Esiti uno più sconcertante dell’altro, uno più osceno dell’altro. Lili inizia ad avere paura, perché Lili ha bisogno di capire, ha bisogno di avere una certezza. Non vuole essere messa in un manicomio, vuole solo essere una donna.
Vuole lasciare andare quello che non è. Come cenere nel vento, vuole lasciare che Einer scompaia, nonostante lui non fosse mai esistito veramente, nonostante ci fosse sempre e solo stata Lili.
Ed è la cosa più bella del mondo, vedere Lili che lentamente emerge come una farfalla dalla sua crisalide.
E non importa per quanto sia vissuta. Se sono stati attimi fugaci, o lunghi giorni. Ognuno di quei momenti è valso tutto quanto. È valso l’attesa, le lacrime, il dolore, la confusione e la paura. Valeva la pena di percorrere una strada tra le più difficili, una transizione che l’avrebbe portato da essere una convenzione sociale, nasci uomo quindi sei un uomo, ad essere sé stessi. Se è anche solo per un attimo, quell’attimo sarà valso tutto. Perché in quel momento capirai chi sei, e sarai felice.
La storia di Lili Elbe è la storia di un amore incredibile. E non parlo dell’amore tra Einer/Lili e Gerda, nonostante l’affetto che provassero reciprocamente fosse talmente forse da superare persino le barriere della sessualità controversa di Einer.
L’amore di cui parlo, è l’amore di Lili verso sé stessa.
L’amore più difficile, e quello più sottovalutato. Transgender o meno, amare chi si è non è scontato. Non è una cosa che semplicemente accade. A volte è un percorso duro, è una cosa che devi conquistare, una cosa per la quale lottare. Amare sé stessi significa decidere che indipendentemente da cosa accadrà, da come cambieremo durante la nostra vita, vale sempre la pena di essere chi si è. Significa non arrendersi, non lasciarsi andare, accettarsi.
Non è facile accettare sé stessi, perché a volte ci si considera sbagliato, o non ci si considera abbastanza. Ma non bisogna mollare, mai. Bisogna andare avanti per la propria strada, e arrivare alla meta.
E in quel momento, ogni cosa cattiva svanirà, e tutto sarà meravigliosamente al suo posto.
Analogamente la cosa vale anche per Gerda, che ha dimostrato la forza dei suoi sentimenti. Gerda accetta Lili e, anche se non potrà fare a meno di continuare ad amare Einer, comprende. Comprende che Lili deve fare la sua storia. Gerda non molla mai con Lili, e fino alla fine potrà dire di averli amati entrambi, di averli amati veramente.
Quindi grazie, Lili Elbe.
Da parte di ogni transessuale, di ogni gender-fluid, da ogni persona che si sente a suo agio con il proprio corpo.
Da parte di chi ha già capito chi è, e da chi sta ancora cercando di scoprirlo.
Grazie per averci resi possibili.


Mitsuko


25 febbraio 2016

Un Caffè Al Volo

Teen Wolf, 5x18, “The Maid OfGévaudan”


Ed eccoci qua, benvenuti per il primo Caffè Al Volo del blog.
Oggi parleremo della 5x18 di Teen Wolf, pertanto il posto potrebbe contenere spoiler. Parleremo. Io e mio fratello.
(Perché io e mio fratello guardiamo Teen Wolf insieme e strippiamo come se non ci fosse un domani.)
Piccolo previously on della 5x17, che ha visto cose tipo: Kira andare fuori di testa, la Lupa del Deserto scomparire in tre nanosecondi netti sotto gli occhi di Malia, io e mio fratello che ogni cinque minuti urlavamo “Piantatela di limonare e fateci sapere chi è la Bestia!!”, il ritorno in pompa magna del Coach, e Dio solo sa da quanto tempo io aspettavo quel momento (mi è mancato tantissimo, scusate), Liam gettarsi di peso contro la Bestia, che cinque secondi di video dopo si aggirava per i corridoi della scuola lasciandoci con la domanda “E Liam che fine ha fatto?”.
Ah, senza dimenticare il momento in cui a me è venuto un mezzo attacco di panico quando ho realizzato che il mio beneamato Danny, scomparso con Ethan alla fine della stagione 3B, ha subito un trapianto ergo potrebbe essere la Chimera destinata a diventare la Bestia ergo potrebbe essere lui quello a cui Scott & Co. stanno dando la caccia. E io questo non avrei potuto sopportarlo.

Ma veniamo alla puntata di oggi. Dove sono successe cose molto interessanti.
Cose tipo, io e mio fratello che scommettiamo ogni cinque minuti su qualcosa e regolarmente ci azzecchiamo (Scommettiamo che gli inglesi muoiono? Scommettiamo che la Beasta è il fratello? Scommettiamo che i due tizi lì si sposano e lui è un Argent? E cose così…).
Punto primo, Liam sta bene, anche se l’hanno massacrato di botte. E lo stesso vale per Scott, se era quasi ridotto in pappetta come durante lo scontro con Theo (e guarda caso gli scontri si svolgono in biblioteca).
Passiamo alle cose facili da digerire, tipo il gran ritorno di Crystal Reed. Per quanto a me Allison, non fosse piaciuta particolarmente, soprattutto nella terza stagione (sono pronta a ricevere il linciaggio, ma a mio parere alla fine della 3B Allison era molto fiacca, anche se aveva fatto un uscita di scena in grande stile, combattendo contro gli Oni), in realtà nulla va tolto a Crystal in quanto a capacità recitative o bellezza. Quindi tutto sommato sono stata contenta di rivederla. Il flashback mi è piaciuto molto, e ha aiutato anche a capire di più sulla natura della Bestia di Bevaudan, quella originale. Mi sto seriamente impegnando per non pensare alla Bestia di Beacon Hills. Ovviamente non sta funzionando.
Mi è piaciuto come hanno dipinto la Bestia, come hanno rappresentato la sua vena di follia omicida. Era quasi plausibile, anche se la lancia conficcata nel petto di Bast era la cosa più finta di sempre, e mio fratello si stava rivoltando per l’uso improprio di effetti speciali, a detta sua.
Per quando riguarda le scene nel presente, non ho molto da dire. Insomma, sempre la stessa storia, gente che fugge, il branco che viene pestato a sangue, Stiles che ancora un po’ sviene, Breaden che compare con il fucile a pompa, Gerard e Chris che impezzano Lydia e mannaggia a Gerard e alla sua mania di voler fare l’enigmatico in ogni situazione. Ah, senza dimenticare Parrish che si fa fisime sul fatto che è morto, anche se forse su questo piano posso dargli ragione.
E ora il finale, dove quasi mi ritrovo a sperare che la Bestia sia veramente Danny. Perché l’alternativa che Jeff Davis ci ha proposto va al di là nella mia capacità di sopportazione.
Sul serio, non ce la posso fare. Questa è la volta buona che questa serie mi ammazza. E mio fratello si sente in dovere di dire “Ma allora Mason ha una Mercedes?”. Una Mercedes, certo. E ha anche un paio di scarpe numero 43 e sporche di sangue nel bagagliaio. E IO INVECE HO UN CONTAINER DI LACRIME IN ARRIVO, ECCO.
I miei neuroni stanno attualmente tentando il suicidio, quindi è meglio se levi le tende.
See ya next week!

Mitsuko (con la collaborazione del fratello di Mitsuko)

24 febbraio 2016

Il Lounge di Mitsuko, 10

Young Volcanoes, Fallout Boy



Ovvero io che mi studio modi per tenere il blog un po’ più attivo, senza ricorrere necessariamente a post lunghi e complessi come sono i Talking About o gli Stranger’s Corner, anche perché in certi periodi per me può essere difficile trovare il tempo di farli (che nel caso degli Stranger’s Corner, è davvero tanto tempo).
Quindi, dopo nemmeno tanto pensare, ho avuto un idea.
Recensioni lampo, ma non di intere serie TV. Recensioni lampo di singoli episodi.
Dopotutto, a meno che non si tratti di un recupero o un rewatch, tutte le serie TV escono con la frequenza di un episodio a settimana. Tre miseri quarti d’ora di video, se ci va bene. È perfetto, per una cosa rapida scritta quando hai ancora tutte le scene in mente, piuttosto che attendere settimane correndo il rischio di dimenticare qualche pezzo.
E questo è quello che inizierò a fare, basandomi sul calendario messo in fondo al post.
Recensioni da “una botta e via”. Ma dato che noi siamo in un Lounge, devo fare le cose come si deve. Quindi saranno recensioni da “un caffè al volo”, giusto perché non tutti hanno il tempo di farsi un pasto completo mentre leggono o scrivono, e a volte abbiamo solo il tempo per un caffè, trangugiato in fretta con conseguente ustione di terzo grado alla lingua.
Cose che capitano.
E introdotto questo, passiamo ad elencare brevemente i miei progetti a breve temine. In questi giorni dovrebbe essere già uscito The Danish Girl (o forse deve uscire a breve, non lo ricordo, ho la febbre da due giorni e le mie sinapsi hanno deciso di comune accordo di suicidarsi). Di sicuro troverò un modo per andare a vedere quel film. Poi, sempre in questo periodo ho recuperato tutta la trilogia delle gemme di Kerstin Gier, che una mia amica mi aveva consigliato vivamente e che io mi sono scaricata sul mio eReader (sì, anche io sono passata al lato oscuro dei libri digitali, anche se il mio fetish per la carta e l’inchiostro non finirà mai), quindi parlerò anche di quello.
Questo ovviamente in aggiunta ai progetti, questi invece a lungo termine, che avevo elencato ad inizio anno, come le recensioni della saga dei Lorien Legacies, della Allende (sto già preparando L’amante Giapponese), di Murakami, del quale però sono indecisa tra L’incolore Tazaki Tsukuru e i suoi anni di pellegrinaggio e La strana biblioteca, e le altre belle cose.
Ne approfitto anche per rinnovare la mia proposta di partecipare a qualche Stranger’s Corner, già che ci sono.
E per oggi dovrebbe essere tutto.
See ya!

Mitsuko



Calendario delle prossime serie TV:
-Marvel’s Agents of Shield; terza stagione, seconda parte rinnovata per l’8 Marzo.
-Marvel’s Daredevil; seconda stagione rinnovata per il 18 Marzo.
-The Flash; seconda stagione, seconda parte rinnovata per il 22 Marzo. Dato che con questa serie sono indietro di un paio di episodi aggiungerò anche gli ultimi tre della prima metà di stagione, non appena me li guardo.
-Teen Wolf; in questo caso la stagione 5B sta andando in onda in queste settimane. Io prenderò a fare le recensioni lampo dalla puntata 18, quella di questa notte. Poi la cosa sarà ampliata anche alla sesta stagione.
-Riguardo a Shameless è tutto un forse, dato che non so nemmeno se guarderò la sesta stagione, dato che l’unica gioia di quella serie, aka Mickey Milkovich, deve scontare otto anni in prigione per tentato omicidio, E IO COME FACCIO SENZA DI LUI?! *Piange*
-Per tutte le altre serie Tv che seguo, o non abbiamo ancora una data di rinnovo (vedasi Sherlock BBC, Sense8, Marvel’s Jessica Jones) e che verranno incluse non appena usciranno gli episodi, oppure sono serie concluse/sospese (come The Tomorrow People, o Looking), che vedrò di recuperare con una recensione classica.


18 febbraio 2016

Talking About: Film

Deadpool, T. Miller


(Aka, la sottoscritta che fa finta di non avere una fissa oscena per questo tizio qua, ovviamente con scarsi risultati).
Ed eccoci di nuovo qui, signore e signori. Il film di Deadpool è disponibile nelle sale per il pubblico a partire da adesso, ma dato che io l’ho visto l’8 febbraio in anteprima, questo significa che è un post programmato. Salve dal passato, gente.
Al momento in cui scrivo è un orario improbabile, e io ho ancora l’adrenalina a mille e la colonna sonora del film che mi va a ciclo continuo nel cervello, quindi non vi prometto nulla di ehm… mentalmente stabile.
Decisamente uno dei film targati MARVEL migliori che abbia mai visto (insieme a Guardian of the Galaxy, e Captain America: the Winter Soldier, a mio parere). Un film che non dovete perdervi. Mannaggia a voi se lo fate.
Allora. Non so nemmeno da dove iniziare, tante sono le cose che ho da dire.
Quindi iniziamo dalle cose facili: chi è Deadpool?
Oltre ad essere l’amore della mia vita, Deadpool, il cui vero nome è Wade (Winston) Wilson, è uno dei tanti personaggi dell’universo MARVEL, anche conosciuto come “Il Mercenario Chiacchierone” per la sua parlantina e il suo senso dell’umorismo pungente con tendenza a battute a sfondo sessuale.
Wade Wilson è un canadese mercenario, un ex membro delle Forze Speciali, ed ha un passato decisamente turbolento. Ad aggravare la sua lunga lista di sfighe, alla fine arriva anche il cancro, che è praticamente già allo stadio terminale.
Ed è a questo punto che le cose si fanno divertenti.
Perché ovviamente il buon samaritano di turno (modo sarcastico per indicare il bastardo approfittatore di turno) gli propone di entrare a far parte di un programma sperimentale (nei fumetti chiamato “Arma X”, nel film non ci danno un vero e proprio nome) che potrebbe dargli una chance di guarire, e Wade, abbandonata la fidanzata Vanessa, fa armi e bagagli e acconsente. Il progetto mira a riprodurre un fattore rigenerante, analogo a quello di Wolverine.
Ovviamente, dato che siamo in un fumetto, e Wade è il dannato protagonista, non solo sopravvive ai terribili esperimenti e alle torture di Francis, il tuo carnefice, ma il suo fattore rigenerante risulta essere il più potente di tutto il mondo MARVEL. Della serie “Se devo fare qualcosa, devo farla bene”. Il suo fattore rigenerante gli consente di curare qualsiasi ferita, qualsiasi malattia, gli consente di sopravvivere a qualsiasi cosa. Per dire, se gli si taglia un braccio, lui si fa tranquillamente ricrescere l’arto amputato. Molto comodo, insomma. Tutto ciò, salvo però lasciarlo irrimediabilmente sfregiato, poiché il gene X si è legato al tumore e ha causato orribili cicatrici su tutto il corpo, viso incluso (e questo è il motivo della maschera integrale. Senza di quella non è proprio una bellezza).
Inoltre a questo, ha dalla sua l’addestramento dell’esercito, parecchie armi, una lingua lunga ed impertinente, ed altri vari assi della manica, che però compaiono nei fumetti.
Questo è Deadpool. Un completo fuori di testa. Uno dei pochi personaggi di un fumetto che ha la coscienza di essere in un fumetto.
Uno dei miei personaggi preferiti in assoluto.
(Insomma guardatelo, non è bellissimo?)
Vi lascio quindi immaginare la mia gioia quando ne hanno annunciato il film.
E soprattutto, quando ho messo le mani sui biglietti per l’anteprima, vinti gratis a botta di culo.
Anyway, questo è quanto concerne la sua biografia, che poi coincide anche con “il momento serietà della recensione”. Ora non sarà più così.
Veniamo dunque a questo benedetto film.
Questo film inizia con la più classica medias res, ma questo non fa altro che calarti ancora di più nell’atmosfera, e dopo trenta secondi contati sei già completamente su di giri.
Invece che proporti una storia lineare, si continua a saltellare tra il presente e i flashback di Deadpool, piazzati ad arte, fino a che non si ha il quadro completo della situazione e si è pronti per vedere il grande massacro finale, anche se ormai i tuoi nervi si sono logorati per la troppa adrenalina in circolo.
Ma ne vale la pena. Oh, se ne vale la pena.
Parliamo delle interpretazioni degli attori.
Ryan Reynolds è stato a dir poco divino, nel vestire i panni del mercenario chiacchierone. È riuscito a interpretare il personaggio perfettamente, calzando i suoi panni con un naturalità sorprendete, dato che si tratta di un personaggio decisamente estremo, sotto molti punti di vista. Lui e il team di stunt sono riusciti veramente a creare molta naturalezza nei suoi movimenti, e sono entrambi degni di nota. Un punto positivo deve andare anche al doppiaggio. Essendo Deadpool un personaggio il cui carattere di esterna di più con le parole, che non con le espressioni, riuscire a ricalcare le sfaccettature create in studio da Ryan, tradurre e riprodurre non deve essere stato un lavoro facile.
Anche gli altri attori non sono stati da meno.
Morena Baccarin, ha creato un personaggio femminile come quelli che piacciono a me. Sicura di sé, che non si tira mai indietro, decisamente non una principessa in attesa del principe azzurro. Vanessa mi è piaciuta molto, nel film, e spero che ricompaia anche nel sequel (che è già stato confermato, by the way), magari nei panni della mutante Copycat, che è poi quello che realmente è Vanessa.
Weasel è un stato davvero un personaggio carino, e anche lui ha fornito molti spunti comici.
Una cosa che purtroppo mi è un po’ dispiaciuto è stato il ruolo relativamente marginale destinato a Colosso e Mutant Teenage Negasonic. Mi sono piaciuti molto, sul set, e mi sarebbe piaciuto molto che avessero fatto più scene con loro. (Probabilmente così il film sarebbe durato tre ore e mezza, ma a me non sarebbe dispiaciuto, in tutta sincerità.)
Comunque, sia Andre e Brianna sono stati molto bravi. Se le loro poche scene sono rimaste così impresse, per lo meno a me, un motivo di deve essere.
Per quanto riguarda gli antagonisti, sia Gina Carano che Ed Skrein hanno svolto egregiamente il loro compito. In particolare il personaggio di Francis, è stato divertente vederlo dare di matto per colpa di Wade!
(Anche se, diciamocelo, il doppiaggio di Francis è quello fatto peggio. E quello dovrebbe essere un accendo inglese? Per l’amor di dio, sembrava russo. Pe mezzo film ero quasi certa che Francis fosse russo.)
Per quanto riguarda la colonna sonora, mi è piaciuta, dai pezzi più “trash” di Deadpool, a quelli più classici, e non in quel senso, di Wade. A quanto pare anche lui ha un anima un po’ vintage.
Ma comunque nessuno batte Peter Quill, a proposito.
E ora, piccola parentesi “scene di azione”.
Due parole: piacere puro. Sono una meraviglia per gli occhi. Di un eleganza incredibile, mista a una violenza che rasenta lo splatter.
Mai visto nulla di simile, e mio dio è bellissimo.
Concludendo qua questo semi-delirio psicotico, vi esorto per l’ennesima volta ad andare a vedere questo film.
Dopo che lo avrete visto potrete morire in pace. Ve lo assicuro.
(Friendly reminder che a Maggio esce anche Civil War e mi sa che io non sopravvivrò a quest’anno, se già dopo un solo film sono ridotta tanto male.)
(E teniamo conto che era il film “leggero”. Io non supererò il trauma di Civil War, anche se sarà bellissimo perché ritornerà Bucky Barnes, uno dei miei altri personaggi MARVEL preferiti.)
See ya!

Mitsuko


PS: chi, come me, è un grosso fan del mondo cinematografico della MARVEL riterrà scontato quello che sto per dire, ma lo dico a tutti gli altri.
NON USCITE DI SALA. ASPETTATE FINO ALLA FINE.
Si divertono sempre a piazzare scene nascoste che regolarmente chi esce in fretta e furia dalla sala si perde. Beh, non fare questo errore.

PS 2: cento punti a chi per primo in sala trova Stan Lee. Lui e i suoi camei. Con questo film ha decisamente raggiunto la masterclass





16 febbraio 2016

Talking About: Books

The Kane Chronicles, saga completa, Rick Riordan



Zio Rick colpisce ancora. E io faccio altrettanto, ritornando a postare dopo un periodo in cui avevo promesso grandi cose. Ma il richiamo della pigrizia è stato più forte di tutto il resto. 
Inoltre sono molto impegnata in un progetto che sta coinvolgendo anche Giuseppe Romeo del ex blog "le mie parole", che ha sfortunatamente chiuso i battenti.
Anyway.
Questa volta faccio strike, e vi propongo una chiacchierata 3 in 1. Essendo la saga già finita, ed essendo solo una trilogia, ho deciso di parlare delle Cronache dei Kane in modo più ampio, senza soffermami troppo sui singoli libri, cosa che magari può essere un po’ più noiosa.
Riprendo le linee guida che avevo usato anche a dicembre per la recensione di Magnus Chase, quindi: contesto, trama, impressioni sulla saga.
Questa è, secondo me, la saga in cui Riordan si è distinto in maniera particolare.
Se per Greci, Romani abbiamo una struttura praticamente identica per quanto riguarda i semidei (campo simile, entrambi i tipi di semidei hanno un metalli che può uccidere i mostri, entrambi sono figli delle divinità e di umani, gli Dei stessi sono praticamente gli stessi), in questa saga mi è piaciuto notare come l’abbia strutturata in modo completamente diverso. Per gli Dei norreni la faccenda è un po’ diversa, anche perché quella saga è stata iniziata dopo questa sugli Dei Egizi, ed ormai non potevamo sorprenderci più di tanto.
Punto primo, non esistono semidei. Esistono maghi, sacerdoti. Oppure, se sei davvero (s)fortunato, sei posseduto. Letteralmente. Ognuno di loro discende, in un modo o in un altro, da un’antica famiglia di faraoni. Questo crea una sorta di “affinità” per la quale un mago della Casa della Vita può decidere di apprendere le arti di un Dio, piuttosto che di un altro. Oppure, se l’affinità è particolarmente forte, può capitare che un dio Egizio in persona decisa di traslocare nella tua testa e vivere a scrocco, rendendoti un ospite. Questo ovviamente comporta un notevole power-up, ma anche un po’ di schizofrenia e simili.
Gli Egizi hanno inoltre in dotazione una serie di assi nella manica niente male, ma di cui non vi dico nulla per lasciarvi il piacere della lettura.
Gli Egizi hanno inoltre in dotazione una serie di assi nella manica niente male, ma di cui non vi dico nulla per lasciarvi il piacere della lettura.
Quindi benvenuti nella Brooklyn dei fratelli Kane, dove non ci si annoia mai. Soprattutto se vi piace il basket. E i babbuini. Oppure i babbuini che giovano a basket, fate voi.
Partiamo dal primo libro "La Piramide Rossa".
Carter Kane, figlio del famoso egittologo Julius Kane, un giorno torna a Londra con il padre a prendere Sadie, la sorella, che dopo la morte della madre era cresciuta con i nonni. Julius porta i figli al British Museum, che sistematicamente salta in aria cinque minuti dopo. O meglio, un reperto salta in aria, e Julius ne viene risucchiato. Questo è il momento dove tutto va a rotoli. Poi arriva Amos, fratello di Julius, e mago della Casa della Vita che porta i pargoli con sé in America e racconta loro che la famiglia Kane discende da due importanti famiglie di faraoni, e che gli dei Egizi sono molto più reali di quanto non si creda.
A questo punto partiranno le vicende dei due fratelli, che si scoprono essere due tasselli molto importanti per quanto riguarda il destino della Casa della Vita, in quanto Sadie ospita la dea Iside, e Carter ospita Horus.
Gli scontri con i maghi della Casa della Vita, contrari a qualunque cosa sia anche solo lontanamente progressista, metterà i ragazzi in seri pericoli e guai. Inoltre, l’ombra del crudele dio Set si allunga su di loro, minacciando la pace e l’equilibrio. Peccato solo che non sia Set il loro problema maggiore, ma che sia solo quello dietro cui si cela il vero nemico.
Secondo libro, “Il Trono di Fuoco”.
Ovvero dove vediamo Sadie e Carten, molto più spigliati nell’uso dei loro poteri, che addestrano nuove generazioni di adepti, ed in contemporanea occupati nella ricerca del libro di Ra, oggetto fondamentale per sconfiggere Apophis, il serpente del caos.
Questo è il libro della ricerca. Tutti qui sono in cerca di qualcosa.
Carter cerca Ziah, la Casa della Vita cerca i fratelli Kane, Sadie cerca di salvare Walt, i Kane cercano di resuscitare Ra, Horus e Iside cercano di convincere i loro ospiti a cedere il comando completo sui loro corpi alle divinità, Apophis cerca di distruggere il mondo, i Kane di salvarlo.
Insomma, un bel casino.  A mio parere il libro più emozionante dei tre, proprio per questo frenetico spostarsi da un capo all’altro del mondo, passando dal mondo reale alla Duat e viceversa.
È il libro dove maggiormente i protagonisti crescono e prendono consapevolezza del loro ruolo, ruolo che poi confermeranno definitivamente nel terzo della saga.
Terzo libro, “L’ombra Del Serpente” aka il libro dove succede il finimondo.
Dopo aver tentato inutilmente per due libri di fare fuori Apophis, il serpente del caos, i nostri eroi si accingono alla battaglia finale.
Non dirò altro, a proposito, poiché temo il linciaggio da spoiler come poche altre cose, nonostante la saga sia vecchia già di un paio di anni.
In questo libro, essendo quello finale, dovremmo immaginare di arrivare alla fine con la risposta a tutte le nostre domande.
Bhe, non è così. Il che non è un male, lascia un bel po’ di suspense, ma io mi chiedo se lo Zio Rick non abbia in programma qualche nuova comparsa dei personaggi nelle saghe successive.
E ora veniamo alle impressioni.
Devo dire che questa saga mi è piaciuta in maniera particolare.
Dopo il grande successo della saga di Percy Jackson (quella dei Kane è stata la seconda saga di Riordan, è antecedente agli Eroi dell’Olimpo) l’autore non si è assolutamente adagiato sugli allori, anzi è ripartito a tutta forza, e questa è una cosa che ammiro. Inoltre, dopo cinque libri in cui si siamo sorbiti il povero Percy, cambiare aria non è male.
Come quasi tutte le saghe (tranne quella degli Eroi), anche questo libro è in prima persona, ma in questo caso le persone sono due. Per tutta la saga avremo un alternarsi delle voci di Sadie e Carten, che passandosi un registratore raccontano tutto quello che è accaduto loro, e tutto quello che un mago della Casa della Vita dovrebbe sapere sugli dei e sul mondo in generale per avere una minima speranza di sopravvivere. In soldoni, non fare mai quello che fanno loro.
Devo dire che è una trilogia molto piacevole da leggere, e sebbene all’inizio fossi un po’ sospettosa a riguardo, penso proprio che sia la mia preferita, tra quelle per ora pubblicare da Rick Riordan.
E ora che abbiamo finito, diamo un’occhiata al futuro, aka i prossimi progetti dello zio Rick.
Attualmente deve ancora concludere la saga degli Dei di Asgard, meglio conosciuta come “Quell’idiota di Magnus Chase muore alla prima stronzata dopo quindici minuti”. Bene. Quella. La saga è una trilogia, ma dio solo sa cosa accadrà in quei libri, soprattutto considerando il finale a colpo di scena del primo, dove si verrà a sapere che bisognerà aggiungere un altro pantheon di divinità a cui interessa solo dei propri interessi, oltre agli schizofrenici Greci-Romani, e ai su citati Egizi. In parole povere, la combo della vittoria.
Vi ricordo che in alcuni dei racconti extra, si hanno gli incontri tra Carter e Percy, e quello tra Sadie e Annabeth.
Quindi, ora che anche il fattore Ragnarok entrerà nell’equazione ho paura di sapere che cosa accadrà nel resto della trilogia, se ci sarà questa mega re-union e se salveranno l’universo ancora una volta. Io poi Percy lo manderei in pensione. A questo punto se lo è anche meritato.
Meanwhile, in primavera uscirà il primo libro della nuova saga, The Trials Of Apollo. Una saga divisa in cinque libri, ambientata dopo la saga degli Eroi dell’Olimpo. La storia narra delle avventure del povero Apollo, reso da Zeus un umano, poiché il padre degli Dei era arrabbiato con lui per cose avvenute nell’ultima saga citata. Quindi il povero dio si ritrova ad essere un sedicenne assolutamente privo di poteri, costretto tra nemici mortali da un lato, e dai suoi figli/amici/non ne ho idea al Campo Mezzosangue.
Come se non avessimo abbastanza carne al fuoco, insomma. Succederà di tutto.
Si sentiranno le mie urla da chilometri di distanza, me lo sento.
Quindi rimanere sintonizzati, e vedremo che cosa sfornerà il nostro rivolta-mitologia preferito.
See ya!




Mitsuko


Ps. Il prossimo post programmato certo è per la notte del 18 febbraio, sera del primo spettacolo di Deadpool, con la mia recensione del film!


4 febbraio 2016

Talking About: TV Series


Talking About: TV Series

In The Flesh, D. Mitchell

 

(Ovvero io che non perdono la BBC Three per averla sospesa. Me la pagherai!)
(E con questo ho realizzato anche l’obbiettivo del 2016 di finire di recensire la Top 3 delle serie TV. Boom baby!)
Bene, rieccoci qua. Buona sera a voi, lettori! Sono riuscita a scrivere un’altra recensione, dato che non ho nulla da fare e avevo promesso che avrei postato tantissime cose questo mese.
Oggi, parliamo di In The Flesh, l’unica serie sugli zombie che io abbia mai visto, ma che mi è piaciuta tantissimo!
Iniziamo dalla trama. Forse un po’ per colpa di serie come The Walking Dead, o per il generale immaginario moderno sugli zombie, che prevede un bel po’ di splatter gratuito, non ci siamo mai chiesti quale fosse il loro punto di vista. Beh, ora possiamo.
(Intanto vi avverto che io avendolo guardato in inglese, con i sottotitoli in inglese per mancanza di italiano del mondo del web, sono abituata a tutte le sigle in inglese. Quindi aspettatevi quelle.)
Kieren Walker ha diciotto anni ed è un suicida, ammazzatosi dopo la morte del suo migliore amico in Afghanistan, che si risveglia nel momento in cui migliaia di altre persone in tutto il mondo diventano zombie. Dopo un periodo passato a mangiare cervelli, viene catturato e “riabilitato”, grazie all’uso di un farmaco. Il ragazzo, ora definito “Partially Decease Syndrome sufferer” ovvero “affetto da Sindrome da Decesso Parziale”, fa quindi ritorno alla cittadina di Roarton, dove viveva prima. 
Qui scopre che tutto è cambiato, dopo il Risveglio. Oltre, ovviamente, alla quantità di gente che prima era morta e ora non lo è più, o che prima era viva e a cui poi è stato mangiato il cervello.
In particolare, a Roarton è rimasto ancora attivo il HVF (Human Volunteer Force) ovvero quel gruppo di guerriglieri che armato di qualunque cosa facesse potenzialmente danni letali, andava in giro a fare fuori zombie (che vengono chiamati principalmente “rabbiosi”). Se in tutto il resto del mondo i vari gruppi di HVF si sono sciolti a favore di una politica di reintegro in società dei riabilitati PDS sufferer, a Roarton non è stato così.
Immaginatevi dunque il clima allegro che aleggia quando Kieren fa ritorno a casa.
Dal momento in cui però il ragazzo metterà piede nuovamente a Roarton, una serie di vicende coinvolgeranno lui, e la vivace Amy, sua compagna di emm… pranzo a base di materia grigia.
La prima stagione, nonostante sia composta solo da tre episodi di un oretta ognuno, è molto interessante, e nel poco tempo che ci viene dato abbiamo l’occasione di conoscere i personaggi più importanti, come Jemima, la sorella di Kieren, o il giovane Philip, o anche Rick aka l’amico morto, tutti personaggi che saranno importanti non solo per lo sviluppo emotivo di Kieren, ma per tutta la storia in generale.In questi episodi inizieremo a conoscere il protagonista, i suoi sentimenti, il motivo di un gesto tanto estremo come il suicidio, ma anche potremo approfondire la sua relazione con la sua famiglia, dal tentativo di riallacciare i rapporti con Jem, che nel frattempo si è unita ai HFV, o guardarlo destreggiarsi nella relazione con i genitori diventati iper protettivi, e che infondo non sono riusciti a perdonargli quel gesto. Lo vedremo scontrarsi in maniera anche molto importante con i membri dei HFV, in particolare con Bill Macey, il padre di Rick, o con Padre Oddie.
Dopo il finale emozionante del terzo e ultimo episodio (e non in senso buono, nel senso che sei lì che ti chiedi che hai fatto di male nella vita per meritarti tutto ciò) la storia, nella seconda stagione, prende una piega decisamente inaspettata.

(Nella foto a lato, da sinistra: Amy Dyer, Kieren Walker, Simon Monroe, i tre protagonisti principali intorno ai quali ruota la storia)

Sono passati alcuni mesi, da che la storia si era interrotta, e riprende con l’arrivo a Roarton di Simon Monroe, il dodicesimo discepolo del profeta-non-morto, un PDS che si è proclamato a capo di un esercito di liberazione non-morta (ULA), e che preannuncia l’avvento di un secondo Risveglio. Il compito di Simon Monroe è quello di trovare il primo risorto, e attendere successive istruzioni (che ovviamente non prevedono una cena a lume di candela, purtroppo. Oh, e indovinate un po’ chi è il primo risorto?).
Per quanto la trama possa apparente essere banale, vi assicuro che non è così, e che la storia andrà avanti in modi sempre più inaspettati, in modi che non si potrebbe mai immaginare. E se da una parte vedremo il nostro trio di non morti preferito, dall’altra vediamo ancora forti oppositori alla reintegrazione dei PDS, nonostante il clima sia comunque più pacifico, anzi addirittura diviso tra un gruppo di forti sostenitori e un gruppo di contrari ad un’equiparazione dei diritti. Per colpa di alcuni impedimenti, i tre rimangono bloccati a Roarton, mentre gli ingranaggi che collegano tutti quanti iniziano a mettersi in modo, portando la storia gradualmente al suo apice, e poi ad un finale che posso solo definire “sconvolgente”.
Prima di concludere, vediamo un secondo gli aspetti tecnici.
Per quanto riguarda il cast, l’ho amato. La mia cotta per Luke Newberry non mi passerà mai, e ne sono certa, ma anche tutti gli altri membri del cast sono riusciti a dipingere i loro personaggi in maniera incredibile. Tra tutti la mia preferita era indubbiamente Amy. Quella ragazza è come un girasole, va in giro e porta colore, gioia e allegria. Le ambientazioni erano molto particolari, ma la cosa che mi ha colpito di più è la luce. Non c’è molta luce, e questo crea un atmosfera nebbiosa e un po’ smorta, che però si sposa perfettamente con la location della campagna inglese e con un storia che parla di zombie, e anzi questo dettaglio a mio parere ha valorizzato molto.
Però non lo so esattamente cosa mia abbia colpito di più, di questa serie, tanto da farmela annoverare tra le mie preferite.
Forse per le tematiche particolari affrontate, come l’omosessualità, il suicidio, l’integrazione, l’accettazione di sé e dell’altro, accompagnata da una crescita psicologica ed emotiva di quasi tutti i personaggi, o forse per lo strano ribaltamento del protagonista zombie.
Fatto sta che questi nove episodi sono stati molto più intensi di intere stagioni di tante altre serie TV, e mi sono rimasti particolarmente impressi, e io sarò una delle tante persone che sono rimaste con l’amaro in bocca dopo il finale della seconda stagione, chiedendosi “E ora?”.
E ora niente, perché poi hanno sospeso la serie. E io da brava furba ho iniziato In The Flesh sapendo che era stata sospesa. Non pensavo che avrei commesso una delle più grandi cavolate della mia vita.
E quindi ora rimarrò con il dubbio esistenziale di “Chi cazzo è il Profeta-Non-Morto?”. Ed è solo una delle tante domande.
Ma tutto sommato, pensandoci con il senno di poi, l’avrei guardata ugualmente.
Anzi, è probabile che in un futuro in cui avrò ancora più tempo libero, decida di fare un bel rewatch.

Mitsuko


Potere trovare nei link evidenziati nei nomi le altre due recensioni che compongono la Top 3: TV Series, ovvero quella di Hannibal e quella di Sense8. Se ve le siete perse, leggetevele!



3 febbraio 2016

Talking About: Books


Will ti presento Will, 

J. Green, D. Levithan

 

Salve a tutti! Finalmente sono uscita dal “PERIODO NEL SUICIDIO NEURONALE”, ovvero le quattro (indicative) settimane di verifiche e interrogazioni no-stop, e quindi eccomi qua, libera e felice, a proporvi l’ultimo libro che ho letto.
Ma prima di iniziare, vorrei fare una premessa, cercando di essere il più breve possibile.
Non sono una che crede che esiste qualcosa che coordina le nostre vite, che sceglie in partenza cosa saremo. Ma c’è una cosa su cui sono fermamente convinta, ed è il caso. Il caso che durante la nostra vita ti fa incontrare certe persone o ti fa capitare certe cose proprio in un momento preciso, proprio quando ne hai più bisogno, o puoi capirle e apprezzarle appieno. È la vita stessa che si decide da sola, che si riscrive da sola.
Io ho una categoria di libri che corrispondono a questa descrizione. I libri che “ho aspettato di leggere per tutta la vita”. Libri che magari avevi già notato, che magari giacevano tra la polvere negli scaffali. Libri che un giorno tu prendi in mano, e ti srotolano un intero universo davanti agli oggi.
Il libro di oggi, è uno di quelli, per lo meno per me.
Più io andavo avanti nella lettura, più mi rendevo conto che sotto molti, forse troppi, aspetti, in quel libro si parlava anche di me. E più leggevo, più diventava difficile staccarsene. Forse è per questo che un romanzo all'apparenza di poche pretese, un classico ma frizzante young adult con risvolti decisamente gay, mi è rimasto impresso così tanto. Perché in quelle pagine ci sono anche io, così come potrebbe esserci ognuno di noi.
Ecco perché per me era importante parlarne qui.
La storia è questa: due ragazzi, di nome William Grayson, sono i protagonisti principali, due voci che si alternano nella narrazione. Due omonimi, che di incontrano una sera nell’ultimo posto in tutta Chicago dove due ragazzi come loro potrebbero incontrarsi. Due Will completamente diversi, il cui mondo è completamente diverso. 
E poi succede quello in cui credo io. Succede che da un incontro casuale, tutto cambia. I loro mondi avevano già iniziato a cambiare, poco a poco, mentre piccoli pezzi di intonaco cadevano dai muri che i due ragazzi si erano costruiti intorno, più o meno a fatica, ma dopo questo incontro, tutto cambia radicalmente, tutto inizia a trasformarsi. È un divenire, un percorso, quello che i due ragazzi fanno i parallelo, ma che alla fine ha un'unica origine. E si dà il caso che questa origine abbia anche un nome: Tiny (che di scricciolo non ha nulla) Cooper, ovvero “la più grossa del mondo a essere molto, molto gay e anche la persona più gay del mondo a essere molto, molto grossa”. Io, personalmente, lo adoro. È un concentrato di allegria, e favolosità. Senza contare tutto il resto.
E alla fine, anche se sono i due Will ad essere i protagonisti, è tutto merito di Tiny. Il Will-con-le-regole, e il Will-senza-maiuscole, che senza quella povera anima non sarebbero nemmeno stato capaci di allacciarsi le scarpe.
È una storia che parla di amicizia, di amore, di crescita, nel modo esatto in cui piace a me, attraverso persone che vedono il mondo esattamente come l’ho visto io, o come lo vedo ora.
E questa cosa mi ha fatto letteralmente impazzire. Era come se tutto alla fine mi riconducesse lì.
Ne sono rimasta conquistata.
La scrittura dei due autori, simile ma non così tanto da non palesare che le menti dietro questo libro sono due. Scritture ironiche, sarcastiche, a tratti quasi cattive, parole che si leggono e si rileggono e che continuano a girarti per la testa.
Storia frizzante, sorprendentemente ricca di colpi di scena, una storia che non delude per niente. Una storia che non esiterei a rileggere una, due, mille altre volte.
Una storia quasi realistica, ma non troppo.
Dopotutto, è solo un caso, una meravigliosa coincidenza, che due Will Grayson si incontrino.
Tutta la nostra vita, è una gigantesca, bellissima, coincidenza.
E sta a noi decidere come viverla. Se affrontare la vita di petto, cadere, rialzarsi, provare e fallire, se nascondersi dietro un muro di mutismo, mezze bugie e mezze verità, se vivere cercando una colonna sonora per tutto. Se amare oppure no. Se lasciarsi amare, oppure no. Se lasciare andare, perdonare, accettarsi e accettare gli altri. Se essere grati.
Sta a noi decidere, sta a noi scegliere.
Sta tutto qui. Una scelta nostra, o un caso, e tutto può essere riscritto. Tutto può essere cambiato, e migliorato.
Una storia che insegna molto, forse anche qualcosa in più di quello che dice.


Mitsuko