27 gennaio 2016

Talking About: Books

Il bambino con il pigiama a righe, John Boyne

#Giornata della Memoria


 






Salve a tutti, lettori! Oggi, è il 27 Gennaio, e sono passati settantuno anni dal 27 Gennaio del 1945, quando le armate russe aprirono i cancelli di Aushwitz, segnando la fine di un inferno.
Oggi volevo parlarvi di un libro, che io lessi quando ancora andavo alle medie, ma che mi è rimasto impresso.
Forse qualcun altro avrebbe scelto autori come Levi, oppure Schneider, per parlare della guerra, ma io ho scelto Boyne. Ho scelto la storia del bambino con il pigiama a righe, per parlarvi del giorno della memoria.
La storia di un bambino, Bruno, che improvvisamente si ritrova costretto a lasciare la sua bella casa di Berlino, i suoi amici, la scuola, i parenti, per seguire i genitori e la sorella Gretel in Polonia, dove il padre è stato incaricato di sorvegliare uno dei campi di concentramento (che grazie alla propaganda erano semplici campi di “raccolta”).
Vi racconterò la storia di un bambino, che non è un ebreo. Non è uno zingaro. Non ha niente a che vedere con dissidenti politici oppure omosessuali (che vi ricordo essere tutte “categorie” di persone che venivano internate, accanto agli ebrei). È un semplice bambino tedesco, di famiglia anche altolocata.
Quella che voglio raccontarvi, è la storia di un amicizia.
Un amicizia pura, incontaminata dall’odio e dal razzismo. Un amicizia che solo due bambini, di cui uno con un pigiama a righe, potevano coltivare.
La storia di come la guerra non l’abbiamo sofferta solo le vittime. Tutti, hanno sofferto la guerra. Non esiste salvezza, una volta che ti sei sporcato le mani.
In questo libro, il giovanissimo Bruno è un esploratore, e non basta certo portarlo via da ogni luogo che conosce, per fargli perdere l’entusiasmo. Quindi Bruno parte all’avventura, addentrandosi nel bosco che circonda la sua nuova casa, che la famiglia condivide con il perfido precettore Herr Liszt, Maria e Lars, il vecchio ebreo Pavel, un luogo abitualmente visitato dal giovane tenente Kotler. Cammina tra gli alberi, fino a che non si trova davanti una cosa inimmaginabile.
Una rete di filo spinato.
E poi lo vede. Un puntino, che divenne una striscia, che divenne un bambino. Shmuel, un piccolo ebreo che vive nel campo.
Tra i due, nasce subito una grande amicizia, un’amicizia sincera. Bruno gli racconta della sua vita a casa, circondato da ufficiali nazisti, e Shmuel gli racconta della sua vita nel campo. Possono farlo, perché quell’angolo è poco sorvegliato, e nessuno si accorgerebbe della scomparsa di Shmuel, anche solo se di poche ore. E i giorni passano, e i due continuano a incontrarsi, in segreto, in quell’angolo del campo dimenticato da tutti, i giorni passano e la guerra imperversa, lontano da loro, ma anche all'interno del campo.
Aushwitz si trasforma, anche se i due bambini non lo sanno, o lo sapranno troppo tardi. Da campo di raccolta, di lavoro, di concentramento, diventa una fabbrica di morte. Il campo di sterminio. I forni crematori iniziano la loro opera, instancabili, giorno dopo giorno, mentre scie di fumo grigio si confondono tra le nuvole bianche della Polonia.
La guerra si combatte lontano da loro, in Russia, in Italia, in Francia, in Inghilterra. Nel Pacifico gli americani davano la caccia ai giapponesi, e sul continente i campi di raccolta per questi ultimi si riempivano di famiglie.
Ma loro non lo sanno, o non gli importa, perché loro sono bambini.
Ma la guerra è crudele, e non risparmia nessuno, e si porta via il padre di Shmuel. E Bruno, da vero esploratore, prende una decisione. Decide di aiutare il suo amico a ritrovarlo, e un giorno scivola sotto la rete di filo spinato, prende per mano il suo amico, e parte all'avventura.
Quello che accade ai due bambini, possiamo solo immaginarlo.
Quello che voglio lasciarvi, con questa storia, è un avvertimento. Il male può essere ovunque, ma soprattutto si cela nell’odio e nella violenza. La guerra, qualunque guerra, è sbagliata. Se anche una sola persona perderà la vita, significa che tutto quello che facciamo è sbagliato.
Io non voglio che succeda più. Non voglio che debbano esserci altri sergenti Kotler a questo mondo. Vorrei un mondo fatto di persone come Bruno e Shmuel, che si guardano e dicono “Hey, un bambino come me! Diventiamo amici!”. Non dobbiamo dimenticare quello che è stato.
Ma non perché quello che abbiamo fatto è sbagliato, quello che la guerra mondiale ha portato è sbagliato. Non dobbiamo dimenticare per poter non commettere più lo stesso errore. Soprattutto nel mondo in cui stiamo vivendo, dobbiamo essere tutti un po’ come Bruno.
Ecco perché ho scelto questo libro. Perché non volevo parlare di odio. Volevo parlare di una possibilità che dobbiamo cogliere.

Mitsuko

25 gennaio 2016

Talking About: Film


This Must Be The Place, 

P. Sorrentino


[SÍ GENTE, SONO ANCORA VIVA. Sommersa di verifiche ma viva. Per ora]
Anyway, oggi voglio parlarvi di un bel film, dato che non mi sono fatta sentire per un bel pezzo (contravvenendo al buon proposito numero “non ricordo” di non abbandonare il blog).
Il film di cui voglio parlarvi è This Must Be The Place. L’altro giorno stavo pensando a cosa avrei potuto scrivere per la giornata della memoria del 27 Gennaio, e non so perché mi è venuto in mente questo film. Ma dato che non lo reputavo adatto per la ricorrenza (ho scelto invece un altro libro che spero approviate) ho deciso di farci su un semplice Talking About.
Poi, semplice si fa per dire.
Questo è uno dei film più complessi che abbia mai visto, e dentro c’è tanta di quella roba che nemmeno dopo che l’hai guardato tre volte riesci a coglierne tutte le sfaccettature. Ogni volta ti sembra di perderti qualche dettaglio importante, o di dimenticare qualcosa.
Il titolo del film è un omaggio all’omonima canzone dei Talking Heads, il cui cantante, David Byrne, compare nel film nei panni di sé stesso.
Una bella parentesi penso che vada dedicata alla colonna sonora del film, che è una delle più notevoli di sempre. Colonna sonora interamente composta da musica stile anni '80. Scritte praticamente tutte dal succitato David Byrne, danno al film quel tocco un po’ vintage ma anche quella certa classe che ci mancava molto, e che fa sempre la sua scena e che si intona particolarmente con il protagonista, Cheyenne, che in un qualche modo è rimasto psicologicamente bloccato in quegli anni.
(Momento di spam brutale, andate tutti a comparvi la soundtrack in cd, che ne vale la pena, ahem).
La trama del film è particolare già presa di per sé.
Cheyenne (Sean Penn), un ex rock star caduta in quasi depressione dopo che due adolescenti suoi fan si sono suicidati, vive in Irlanda con la moglie Jane, passando il tempo tra l’evitare l’esercizio fisico, andare a bere il caffè con la giovane Mary, il cui fratello se n’è andato da casa facendo piombare la madre in depressione. Un giorno, riceve una chiamata, dove viene a sapere che il vecchio padre è ormai in fin di vita, ma quando Cheyenne raggiunge l’America via nave (dato che ha paura di volare), lui è già morto. Dopo il funerale viene a sapere che il padre, negli ultimi anni della sua vita, si era dedicato con tutte le sue forze a cercare un uomo, chiamato Aloise Lange, che era colui che lo aveva torturato quando si trovava nel campo di concentramento durante la seconda guerra mondiale, in quanto ebreo. Il suo carnefice, come lo definisce.
Cheyenne parte così per un incredibile viaggio, cercando di terminare la ricerca che il padre aveva iniziato.
Un viaggio costellato di incontri dei più assurdi, si situazioni quasi al limite dell’improbabile, mentre osserviamo questo personaggio che ha un modo di comportarsi e pensare tutto suo, ma che incredibilmente spinge tutti ad avvicinarsi a lui.
This Must Be The Place è un film che parla di tante cose. Parla di fiducia, di riconoscenza, di musica, di amicizia. È la storia di un percorso, non solo fisico attraverso gli USA ma soprattutto mentale, un percorso in cui Cheyenne deve venire a patti con sé stesso, con i suoi difetti, le sue paure.
La ricerca di Aloise Lange è la ricerca di sé stesso, ma anche la ricerca di qualcosa che lo unisse al padre, come se desiderasse in fondo salvare un legame andato perduto.
Ma non è un film che parla di vendetta, o di odio. In questo film potrete trovare tutto, tranne l’odio.
Anche il rapporto tra il padre di Cheyenne e Aloise, non è interamente intriso d’odio, ed è lo stesso Aloise ad ammetterlo. Tra i due si è creato qualcosa, un legame al contempo primitivo e raffinato. Le lettere che Aloise riceveva, scritte con parole “tra le più terribili e tra le più bellissime”, parole crude, ma che lo hanno conquistato. È il conteggiamento della morte, che il padre di Cheyenne si teneva addosso dai tempi della Polonia, prima di decidere di riversarlo su Aloise.
Incredibilmente emozionanti sono anche gli estratti dal diario del padre, in cui una voce narrante parla della vita prima e dopo i lager, di quello che l'uomo aveva vissuto sulla propria pelle. Parole che Aloise Lange userà a sua volta, come a voler sottolineare ancora quanto intima fosse diventata la relazione tra i due, quella caccia senza fine, quella fuga eterna.
Si tratta di un film che può turbare, che non è facile da comprendere, da cogliere nella sua interezza. È un po’ come sperare di riuscire da soli ad abbracciare un baobab. È una cosa troppo grande, meravigliosa e cupa. 
È una ricerca, un giallo, e per arrivare alla soluzione Cheyenne si troverà a fare le cose più strabilianti, a conoscere persone che non avrebbe mai potuto incontrare, se fosse rimasto nella sua villa a Dublino, si troverà a sperimentare, mentre lentamente, tassello dopo tassello è sempre più vicino. Vicino ad Aloise, al posto in cui si nasconde, a trovare qualcosa che aveva perduto, o che forse non aveva mai avuto, vicino ad un finale talmente forte da lasciarti senza parole.
“Questo deve essere il posto”. Il posto in cui vedere cose che cambierebbero completamente la tua prospettiva, il tuo modo di vedere il mondo.
Una regia strepitosa, unita ad ambientazioni e inquadrature da mozzare il fiato.
Musiche coinvolgenti, interpretazioni straordinarie, soprattutto quella di Sean Penn, che in questo film ha veramente brillato, dimostrando tutto il suo incredibile talento e versatilità, confermandosi come uno dei miei attori preferiti in assoluto, insieme a Robin Williams.
Un film da non perdersi, se avete un anima vintage, o se vi piacciono le storie particolari, o anche solo se siete in cerca di qualcosa di diverso, che faccia sorridere ma anche riflettere, se siete in cerca di qualcosa che vi stupisca nel profondo.
Vi prometto che non ne resterete delusi.

Mitsuko





10 gennaio 2016

Stranger’s Corner, 2

Ospite: Giuseppe Romeo (le mie parole)

Argomento: Hook, film

Bene, salve. Eccoci di nuovo qua. È il mio compleanno, quindi tanti auguri a me. Mi andava di passarlo in compagnia, quindi oggi inauguriamo la giornata con il secondo Stranger’s Corner, ospitando Giuseppe Romeo del blog le mie parole, e anche l’amatissimo (che ci vuoi fare, se fai colpo su tutti?) Castore, che tanto c’è spazio per tutti, qua. Se non conoscete nessuno dei due, vi invito a farvi un giro sul blog su citato per fare la loro conoscenza.

Ciao a tutti, come vi ha detto Mitsuko, io sono quel matto che gestisce il blog Le mie parole. Oggi sono un ospite (spero gradito a tutti) e posso dire di essere molto felice di partecipare a questa rubrica. Quindi basta cianciare e partiamo. 

Ciao, sono Castore. E sono qui perché costretto dal mio attuale domicilio. Già che ci sono dico un po’ anche la mia, Va bene questa? Dio che mi tocca fare. 

Dopo uno scambio mail che iniziava a diventare quasi eterno, alla fine siamo riusciti a deciderci sull’argomento di questo Stranger’s Corner. Oggi ci faremo una bella chiacchierata su un film che io ho amato profondamente, nella mia infanzia, ovvero Hook.
A questo punto mi dilungo in due parole sui ‘tecnicismi’, come li abbiamo definiti. Il film, del 1991, è diretto da Steven Spielberg, e nel cast troviamo gente come Robin Williams (Che è e resterà sempre il mio attore preferito), Dustin Hoffman, Julia Roberts, Bob Hoskins, Maggie Smith, e via dicendo. Quindi non sono proprio i primi che uno becca per strada, ecco.

Bisogna assolutamente dire che è un cast mostruoso. Ogni attore principale è un pezzo grosso. Ma passiamo alla nostra ‘prima visione’.
Posso dirti, da quello che ricordo, che questo film era uno di quelli che ha segnato la mia infanzia. Sai, quei film che ti restano dentro e che quando li vedi in tv, gridi ai tuoi di lasciar perdere il programma che stavano guardando per lasciarti vedere il film, anche se lo conosci a memoria. Ma alla fine quel film è fatto per questo. Ha quel magnetismo che attira gli occhi dei più piccoli, e dei grandi fantasiosi. Specie quando si arriva sull’isola! Il porto pirata con la nave, ad esempio, era una scena fantastica.

Io non ricordo esattamente quando è stata la prima volta che ho visto quel film, ma probabilmente ero molto piccola. Ricordo però che l’ho visto e rivisto, anche io fino quasi a saperlo a memoria. È stato in assoluto il film che ho guardato più spesso, e ogni volta era come la prima. Ti lasciava sempre quel senso di stupore e di meraviglia che ti pervadeva e non riuscivo a staccarmi dallo schermo. Tra la musica, le ambientazioni e le situazione particolari era come un sogno ad occhi aperti.

Sai cosa piaceva a me? La casa dei bimbi sperduti. La loro “società”.

Io andavo pazza per la scena della guerra con il cibo! La routine dei bimbi sperduti era la mia giornata ideale!

Quando appare il cibo di colpo, non saprei dire perché ma mi faceva venire fame.

Eh, chissà perché!  Ogni volta che la vedevo mi mettevo a ridere come una matta, senza alcun motivo apparente. Mi metteva semplicemente allegria.

In effetti fa sorridere la “lite” tra Peter e Rufio, con tanto di lancio di “non so bene cos’era”.

Ma sembrava buono. Decisamente. Era tutto colorato e pasticcioso.

Sì, ma c’era un problema. Guardando quel cibo poi come facevi ad andare a mangiare normalmente?

Appunto! Non si poteva, ecco! Rufio poi è un personaggio bellissimo. È esattamente a metà tra essere un super leader serio e simili, ed essere un ragazzino che gioca a pallacanestro e fa le battaglie di cibo.

Era il figo, il capo. Ma c’era anche insicurezza in lui. A me sinceramente non stava simpatico, all’inizio. Poi quando cede la spada si dimostra migliore di quanto non sembrasse.

Sarà che io ho sempre avuto un debole per i “cattivi ragazzi”, ma più che simpatia o antipatia, mi ispirava. Avevo la sensazione che comunque sarebbe stato un gran personaggio.

Ok, calma, Rufio era solo un arrogante, che viveva nell'ombra di Peter. Non c'è da stupirsi che si era opposto al suo addestramento. Lui non voleva cedere il comando. Voleva dimostrare di essere superiore a lui. Per questo quando Uncino lo ha provocato non ha resistito. Alla fine se meritato quella fine, la stupidità paga. E lui lo sapeva di essere inferiore a Peter.

Beh, che era arrogante, lo si sapeva. Però dopo aver accettato il ritorno di Peter aveva anche abbassato la cresta.

Doveva farlo, non appena il bimbetto riconosceva Peter.
Ok, cuccia Castore.

La fine di Rufio è stata un po’ inusuale in quello che dovrebbe essere un film per bambini, però ha un suo senso. Più che la morte del ragazzo, a me colpiva molto l’atteggiamento di Rufio che, alla fine, ammetteva che avrebbe voluto un padre come Peter. Era come se per tutti gli anni trascorsi sull’isola tutti i bambini avessero negato l’evidenza: ovvero che in quanto orfani mancavano dell’impronta di un genitore che si prendesse cura di loro. Rufio in quel frangente si fa il portavoce di tutti loro.

Infatti, alla fine i bimbi sperduti vogliono proprio quello: dei genitori che li guidino. Senza di essi restano sempre bimbi, incapaci di crescere. E se ci pensi il pensiero felice di Carambola era il ricordo di sua madre.

Carambola! <3

A me faceva morire con quel cappellino!

Io adoravo quando si metteva a rotolare e stendeva tutti i pirati manco fossero birilli! 

Fino a quel momento pensavo “Che strano nome il suo”. Dopo quella scena ho pensato “Ah, ecco perché si chiama così”!

È stata più o meno la reazione di tutti.

E lo stupore nel vedere le loro armi? Sembravano fatte proprio da bambini.

Ogni bambino coltiva il sogno di darsi battaglia usando le vettovaglie.

Non dirmi che non hai mai immaginato di costruire qualcosa del genere per lanciare palle di vernice?

Lo faccio ancora, e sono passati più di dieci anni!

Siamo in due anche in questo! Per quanto riguarda i pirati, penso siano molto più simili ai bimbi sperduti di quanto si possa pensare. Mentre i bimbi sono senza regole per via dell’assenza dei genitori, i pirati sono senza morale, e in quanto adulti, secondo la visione del film, privi di bontà.

Sono due facce della stessa medaglia.

Già, ma anche loro hanno un certo fascino, anche se sembra che giochino a fare i pirati; infatti, se noti, non c’è mai una violenza “sanguinaria”.

E anche loro si abbandonano ai loro capricci, proprio come i bambini, in primis Uncino e il suo terrore degli orologi.

Certo, si sparano tra loro, come quando Uncino spara al libretto degli assegni e ne ammazza uno, ma quella scena sembra comica, no? Uncino, per quanto elegante e per quanto di elevi sopra gli altri pirati per raffinatezza e cattiveria, i fondo è un bambinone, capriccioso come pochi, poi.

E il povero Spugna deve occuparsi di lui, fino a che non decide di darsela a gambe, ovviamente. Paradossalmente è quasi il più adulto di tutti i pirati.

Vero, con Uncino sembra una balia, ma è troppo stupido e sottomesso per rendersi conto appieno della cosa.

Però è abbastanza furbo da sapere che ad un certo punto è ora di tagliare la corda. Oppure troppo codardo.

Direi la seconda, o almeno un misto delle due. Le idee gli vengono, ma ci tiene anche alla pellaccia.

I figli di Peter non è che mi stessero particolarmente simpatici…

La piccola sì, Jack no. Capisco che ha del risentimento verso Peter, ma tanto da arrivare a quel punto? A mettersi persino i vestiti da pirata, a spaccare l’orologio…


Per quanto l’atmosfera dei pirati avesse il suo fascino, un voltagabbana del genere l’ho trovato un po’ meschino.

Fascino fino a un certo punto. Uncino non è esattamente un bel vedere per un bambino.

Questo assolutamente no. Ma riconosco che per lui un atmosfera come quella deve essere sembrata una sorta di sogno realizzato. Poter finalmente avere tutto quello che vuole, ha avuto una grossa impronta.

Essere libero di fare quello che vuole, questo sì. I genitori sono protezione e affetto, ma per Jack Peter era più un padre severo, che dava regole e non dava abbastanza affetto per contro. Essere libero di “essere un bambino” gli sarà sembrato allettante. E Uncino è stato molto furbo nel toccare le corde giuste.

Senza però riuscirci con la piccola Maggie!

Lei è una bambina. Essendo femmina per certe cose è più dura. I maschi hanno un orgoglio stupido e infantile, anche da grandi, che non li aiuta in certi ambiti.

La sensazione che Maggie ispirava, era una sorta di cieca fiducia nei confronti del padre.

Più che del padre in sé, direi della figura genitoriale. Secondo me, lei vede i genitori come un’unica entità. E quindi la figura del padre è leggermente bilanciata da quella della madre.

Anche se Moira non è molto presente, se non nella prima parte, si capisce bene che è lei la figura di riferimento, effettivamente.

Vero, ha l’aria da madre amorevole. E poi quando butta il telefono dalla finestra io facevo i salti di gioia.

Già quei telefoni facevano ridere, vederli volare in quel modo era un piacere.

Era troppo fissato con il telefono, faceva pure i duelli. Peter era un vero idiota, troppo occupato a fare soldi per rendersi conto che i suoi figli erano la cosa più importante. La moglie glielo diceva pure. Quando saranno vecchi rimpiangeranno i momenti persi.

[Nel mentre è tipo successo che è emersa l’idea di una rubrica sulle “perle di saggezza di Castore” e la conversazione è degenerata. Degenerata a livelli mai visti prima, considerata la presenza di molti coinquilini (in)desiderati nelle teste di entrambi.]
Oh, questo è sicuro. Anche io lo avrei preso a sberle, per i primi minuti del film.

A me faceva strano vedere il buon vecchio Robin fare una parte odiosa. Ero combattuto fra l’astio per il personaggio e l’affetto per l’attore.

Io non mi ricordo quale fu la mia prima reazione. Sono passata da “mai visto questo film” a “ne sono totalmente ossessionata”, ma a quel punto sapevo che sarebbe diventato un bel personaggio e fine.

Quindi per te non è stato traumatico? Per me sì, almeno fino alla metà del film. Durante la lotta del cibo cambia tutto.

La lotta del cibo è il motivo per cui mi rivedo ogni volta quel film.

Mi pare di capire che sia la tua scena preferita. La mia credo sia il duello finale, e la sconfitta di Uncino. E, non so perché, ma la voce di Uncino che dice “Ruufiooo” e rotea la spada mi ha sempre affascinato. Anche se ho criticato Rufio per aver accettato il duello, devo ammettere che lo avrei fatto pure io.

Effettivamente Uncino è molto bravo in queste cose. Essendo a sua volta capriccioso, sa perfettamente come abbindolare chi lo circonda, lo ha fatto prima con Jack, e poi con Rufio per costringerlo a combattere. È come un vasetto di nutella con scritto 'non toccare'. Irresistibile, per un ragazzino.

Campanellino, anche lei è importante, e ha un desiderio. Che ne pensi di lei?

Uh-uh, bella domanda. È un personaggio un po’ particolare. È un po’ come l’alter ego di Spugna, ma dalla parte dei bimbi sperduti. È quella che si occupa di loro, cercando di fare quello che può. Ma non è pienamente una figura materna, e anche lei si comporta a volte in modo testardo.

Ma anche lei ha un nato nascosto. Sotto la sua gioia, e il suo essere una fata leggera e spensierata come il vento c’è il desiderio di una famiglia, di un amore vero. La gelosia però era presente.

Cosa che invece non c’era nella versione più “disneyana” di Peter Pan. Ma concludiamo con le ultime considerazioni sul film!

Allora diciamo che, come tutte le cose legate all’infanzia, ha per me u forte valore. Averlo visto a quell’età mi ha incantato. Ho percepito tutto con gli occhi di un bambino e ho desiderato visitare l’isola che non c’è, così da poter vivere senza controllo, ma alla stesso tempo mi ha fatto apprezzare quello che avevo. È un bellissimo film a mio avviso, con attori fantastici e… tutto, diciamo! Vederlo ora da “adulto” non fa perdere il fascino che aveva, anzi. Ti porta indietro a un età più spensierata e felice.

Per me è tutto malinconico. Ma alla fine ti dà un giusto insegnamento. Essere sempre bambini, o non avere regole. Meglio vivere la propria età e la propria vita come viene e urlare “Bangarang!” ogni tanto per darsi la carica.

Io amo profondamente questo film, e non è una cosa che cambierà. Il mio modo di pensare ne è in parte influenzato. Questo film mi ha insegnato a tenere sempre viva la bambina che è in me, a guardarmi intorno con stupore e meraviglia, cercando di trovare qualcosa che mi sorprenda ovunque. È un film che mi ha insegnato anche ad essere liberi, a non essere costretti da nulla. Se Peter è riuscito a volare, perché io non dovrei essere felice? Ecco, questa è la cosa più importante di tutte. Il Peter di Robin Williams mi ha insegnato come si potrebbe essere felici, e mi spezza il cuore pensare che nessuno è riuscito a insegnarlo a lui.
E anche per oggi siamo arrivati alla fine di quest’avventura, condivisa con Giuseppe e Castore.

Io ci terrei a ringraziare Mitsuko, per avermi tanto gentilmente ospitato. È stato più che divertente parlare con lei del film! E dato che oggi compie gli anni, le faccio anche tantissimi auguri! Ancora grazie a lei e a voi che leggete, alla prossima.
Ciao!

Grazie mille a voi, per essere stati miei ospiti e grazie anche a coloro che mi leggono! Grazie per aver reso un’altra giornata indimenticabile sul mio novello blog. Speriamo che questo Stranger’s Corner vi sia piaciuto. 
See ya!

Mitsuko

8 gennaio 2016

Talking About: Books

L’armata dei sonnambuli, collettivo Wu Ming

 

(E con questo ho cancellato l’obbiettivo dell’anno per cui dovevo recensire un libro dei Wu Ming. Peccato che nel frattempo abbia comprato anche Q e L’invisibile Ovunque. Quando li finisco toccherà anche a loro. *risata malefica di sottofondo*)
Per finire questo libro ci ho messo la bellezza di un anno e mezzo. Lo iniziai nell’estate del 2014, e l’ho finito lo scorso novembre.
Non mi sono imbattuta in questo libro per caso, anzi. Un mio carissimo amico, anche lui grande appassionato di lettura, mi chiamò un giorno invitandomi ad un circolo culturale nella cittadina (posso chiamarla così? Non è che sia poi tanto grande…) dove entrambi andiamo a scuola, dicendomi che quella sera uno scrittore piuttosto famoso avrebbe presentato il suo ultimo libro. Ovviamente ho accettato. E quella sera c’era proprio uno dei quattro autori del collettivo bolognese Wu Ming. Miei compaesani, insomma. E quella sera, lui ci presentò questo libro, L’armata dei sonnambuli. Rimasi talmente colpita, che a fine serata mi precipitai a comprarlo. 
Sfortunatamente, dopo aver letto un paio di capitoli venni presa da altre letture, e il tomo (perché di un tomo si tratta. Se cercate letture leggere avete sbagliato recensione) rimase per un anno a prendere polvere sul mio comodino, fino a che a settembre non lo riesumai in un impeto di ardore, e riuscii a finirlo.
Penso che se lo avessi letto prima non lo avrei apprezzato pienamente, cosa che invece ho fatto. È un libro davvero incredibile, sotto tutti gli aspetti. 
Iniziamo dalla trama, giusto per complicarci le cose. La storia è in realtà un intreccio di altre storie, di vicende diverse. Cinque voci si impongono come le protagoniste di questo libro, che alterna tra estratti di documenti storici e parti romanzate. La voce del popolo, la voce di Marie, la voce di Leo, la voce di Laplace e la voce di D’Amblanc, a cui si aggiungeranno in seguito quelle di Treignac e di Bastien.
Abbiamo Marie Nozière, una ragazza madre di Bastien, vedova senza essersi mai sposata, una sarta del quartiere si Sant’Antonio, che prima con le altre ‘Streghe di montagna’, combatte per le leggi del maximum, prima di diventare un’amazzone.
Leo Modonnét, un attore di origini Bolognesi, che muovendosi nella scia di Goldoni arriva fino a Parigi. Leo, che da attore di palcoscenico diventa attore di mondo, vestendo i panni di Scaramouche, o sul ring contro la gioventù dorata.
Orphée D’Amblanc è un medico mesmerista, con il busto costellato da cicatrici risalenti al suo servizio come medico di guerra in nord America, e la ferma convinzione che il fluido magnetico possa essere usato solo a fin di bene. Ferma convinzione che decade dopo pochissimo.
Poi c’è il mezzo poliziotto e mezzo bottegaio Treignac, palesemente innamorato di Marie, che trascorrerà tutto il libro nell’oasi della friendzone. Ma, alla fine, forse è anche quello che se la passa meglio.
Il detenuto Auguste Laplace, invece, non è chi dice di essere. È il filo conduttore della storia, alla fine gira tutto intorno a lui, ma a esclusione del suo essere un magnetista, di lui non si sa altro. Rimane rinchiuso a Bicetre per tutto il tempo. Fino alla fine, ovviamente. A quel punto succedono cose.
All’inizio e per buona parte del romanzo le storie procedono l’una in parallelo all’altra, senza apparentemente dare cenno di intrecciarsi. Sarà grazie alle avventure di Leo come Ammazzaincredibili, e le indagini condotte in Alvernia da D’Amblanc, che mano a mano tutte le storie confluiranno in un unico punto. Mano a mano che si procede, la curiosità per quello che viene dopo diventa sempre più vorace, fino a che non si trasforma, diventando una vera e propria bramosia di scoprire quello che è avvenuto prima. Più la vicenda si infittisce, i legami si stringono, i fili si tendono, più io volevo vederci chiaro. Era diventata una questione di principio. Non solo volevo capire cosa stesse succedendo, ma dovevo farlo prima che gli autori spiegassero tutto. Ovviamente non ci sono riuscita, ma non per incapacità mia. I Wu Ming sono decisamente più bravi di quanto avessi mai immaginato, e hanno superato tutte le mie più rosee aspettative.
Lo stile, così come la storia, è altrettanto elaborato. I vari personaggi provengono da classi sociali diversi, hanno vissuto in ambienti diversi, e pertanto il loro modo di pensare è diverso. Ogni voce, è la voce dei pensieri dei protagonisti, l’espressione di quello che sono davvero. Ci ritroviamo, quindi, stili molto diversi gli uni dagli altri. Dal colloquiale tono di Marie, passiamo a Leo e le sue imprecazione in dialetto Bolognese stretto (che solo un Bolognese poteva comprendere e apprezzare), ad un linguaggio molto chiaro, quasi forbito ed elegante distintivo di D’Amblanc e Laplace. E poi, non scordiamolo, c’è la voce del popolo. Un accozzaglia di parolacce e dialetti dei più disparati, la vera quint’essenza dei bassifondi!
La struttura è molto particolare. In primis, è strutturata come un opera di teatro, in atti. In ogni atto, ci sono le varie scene, e in ogni scena si trovano i vari pezzi di storie, come in una matrioska sono uno dentro l’altro, uno dietro l’altro, ambientati tra il 21 gennaio 1793, e il 21 gennaio 1795. L’anno zero della neonata Repubblica Francese, e il secondo anniversario del dì in cui Luigi Capeto, il capo non se lo trovò più sul collo. I racconti si susseguono, inesorabili, e così gli incontri (o gli scontri, nel caso di Leo), le scoperte. Come in un domino, dopo che la testa di Luigi, rotolando in Piazza Rivoluzione, aveva fatto cadere la prima, tutte le altre erano venute giù. E tutto si era messo in movimento, ogni relazione, ogni casualità, tutto alla fine coincide, tutto viene ripagato.
Al alternare i momenti romanzati abbiamo i Wu Ming hanno proposto una selezione di estratti di documenti storici, e troviamo pezzi di giornali, pezzi di lettere, articoli della costituzione, i rapporti degli incontri tra i rappresentati del popolo e i nuovi esecutori del potere. Persino alcuni personaggi del romanzo sono realmente esistiti, o comunque basati su personaggi storici. È interessante, questo aspetto, forse la caratteristica più interessante del romanzo. L’incapacità del lettore di capire dove finisce la storia, e dove inizia la fantasia. Abbiamo scorci di vita realistica, ci possiamo permettere di immaginare l’ambiente intorno a noi, che nel romanzo non viene propriamente descritto, ma dipinto attraverso le sensazioni e le parole dei personaggi. Non ti spiegano dove sei, ma ne sei sempre consapevole, ed hai una percezione dello spazio incredibile, sia a livello storico, che a livello di ambientazione.
In questo libro si possono trovare tante cose. Storia, sia reale che romanzata, ogni genere di peripezia, un giallo da risolvere, una lette’a che alcuni si ‘ifiutano di p’onuncia’e, pensate un po’! E poi c’è Madama Ghigliottina, il fluido magnetico, il pane dell’ugualianza.
Se cercate qualcosa di incredibile, beh, questo è il libro che fa per voi. Non è una lettura leggera (nel senso che il libro pesa quasi un chilo), ma se siete lettori da libri storici, non potete non leggerlo.
Assolutamente un libro da non perdersi, pa’ola mia!


Mitsuko

7 gennaio 2016

Il Lounge di Mitsuko, 9

Somewhere I belong, Linkin Park



Dovete sapere un paio di cose, su di me. La più importante è che per metà del mio tempo vivo in un posto totalmente privo di connessione internet, linee del bus, un qualsivoglia centro dedito alla vita sociale e pubblica, e nelle giornate no, anche di campo per il telefonino. Praticamente in mezzo al nulla.
Vi lascio quindi immaginare la mia sorpresa nel ritornare al sociale e scoprire che tutti i blog che seguo e adoro hanno ripreso le attività, che ho vinto il Give away indetto da Ilsie per il primo compleanno nel suo blog (il che è una bella cosa, perché io amo Pennac da quando lessi per la prima volta “I signori bambini”), e che ho ricevuto messaggi che sono rimasti senza risposta. Ops.
Bene.
Devo capire come scroccare wi-fi ai vicini anche con Chistopher, non solo con il cellulare.
Tutto questo per dirvi che nonostante abbia bidonato il blog per un po’, a eccezione del post programmato su Project Almac, ora riprenderò alla grande. Ho grandi progetti.
Primo, domani uscirà un nuovo Talking About: Books, che avrà come argomento L’armata dei sonnambuli del collettivo Wu Ming, libro che ho adorato e che non vedevo l’ora di recensire da una vita.
Secondo, sempre prossimamente uscirà un nuovo Stranger’s Corner, in compagnia di Giuseppe del blog le mie parole. (Andate tutti a vedere il suo blog!). L’argomento rimarrà top secret fino ad allora, AH.
Terzo, questo mese farò un nuovo tipo di recensioni, questa volta riguardanti rappresentazioni a teatro. Mi sembra che infatti, il 17 (non ci giurerei ma non ho voglia di alzarmi ed andare a vedere sul calendario. Sono pigra, capitemi) sarò a teatro a vedere uno spettacolo a puntate, Carissimi padri: istruzioni per non morire in pace. In fondo al post vi lascio il link della loro pagina faccialibro, giusto per fare un po’ di spamm brutale. Sono una compagnia di attori e una musicista, ho già visto un loro spettacolo e sono davvero bravi. Quindi tornerò a vederli e poi parlerò di loro.
Per il Cupcake sulle illustrazioni della Lorien Legacies sono in alto mare. Al momento sto cercando un senso al personaggio di John Smith, in modo da poterlo disegnare senza che sembri una torcia. Mi ricorda molto Jason degli Eroi dell’Olimpo. Un gran straccia palle.
Dio solo sa se riuscirò davvero a fare questa cosa.
See ya!

Mitsuko






4 gennaio 2016

Talking About: Film

 Project Almanac, D. Israelite

Questo film mi era stato consigliato da un mio compagno di classe, a cui era piaciuto molto. Casualmente lo davano in onda la sera di Natale, quindi io e mio fratello abbiamo affittato il divano e ce lo siamo visto.
Non l’avessimo mai fatto.
Siamo arrivati alla fine che lui sudava, da tanto si era agitato, e io stavo dando fondo al mio vocabolario per tentare di formare una frase di senso compiuto.
Iniziamo con la trama: David, il protagonista, tenta di ottenere una borsa di studio per il MIT, e fallisce miseramente, ottenendo solo soli cinquemila dollari. Peccato ne manchino tipo altri quarantamila, ops. Il povero ragazzo si vede quindi costretto a rinunciare, o a cercare di ottenere un altro finanziamento che potrebbe ottenere portando un esperimento. Si mette quindi a rovistare tra i vecchi appunti di suo padre, scienziato a tempo perso, morto anni prima in un incidente d’auto, cercando di trovare qualcosa.
Dato che hanno culo, trovano il progetto di una macchina del tempo, e dopo un blackout, qualche furto e batterie che saltano in aria come popcorn riescono a farla funzionare.
A questo punto David, i due amici nerd, la sorella, e la sua crush iniziano a fare i primi viaggi. E a quel punto accadono le peggio cose.
Esiste una cosa, ragazzi, e si chiama legge di causa-effetto. Tu fai un azione, e inevitabilmente avrai delle conseguenze. Se sono cose buone, tanto meglio. Ovviamente non è questo il caso. Ovviamente David prova a risistemare tutto. Ovviamente le cose vanno sempre peggio.
La trama non è particolarmente originale, di film sui viaggi nel tempo ne abbiamo visti fino a scoppiare. Questo però ha qualche caratteristica che lo contraddistingue.
Prima di tutto, è girato sotto forma di documentario. All’inizio del film e ragazzi si promettono di registrare ogni che fanno relativa al Progetto Almanac, e per tutto il film saranno principalmente David e la sorella Christina a reggere la telecamera. Questo crea un rapporto tra lo spettatore e i protagonisti molto particolare, molto intimo. I ragazzi parlano e interagiscono con la cinepresa, guardandoci dritti negli occhi.
Questo, oltre che a creare un’atmosfera di complicità da entrambe le parti dello schermo, dà origine anche a qualcos’altro.
Nonostante sia David il protagonista indiscusso del film, per buona parte del tempo è sua sorella a filmare. Grazie a questo espediente, per così dire, lo spettatore si immedesima in Christina. Vede quello che vede lei, e lo fa attraverso i suo occhi, con il suo punto di vista. È lei che dirige lo sguardo dello spettatore, ma al contempo è parte integrante del gruppo dei giovani viaggiatori del tempo. Lo spettatore diventa parte del gruppo.
Quando poi la telecamera passa a David, per i suoi viaggi in solitario, le cose cambiano, sotto un certo aspetto.
Cambia la prospettiva, cambia il modo di vedere.
Da inquadrature più ampie e vivaci, tipiche di Christina, si passa a video in solitario, dove David è al centro di tutto, insieme alle sue teorie, ai suoi tentativi di sistemare ogni problema correggendo di volta in volta ogni passo falso, il tutto senza rendersi conto che non è solo la situazione ad essergli sfuggita di mano, ma anche il tempo stesso.
Il tempo, nelle mani di David Ruskin, si è disintegrato. È diventato un loop.
È stato molto interessante vedere questo film.
Fin dall’inizio parte subito in quarta, fornendo sempre spunti ai quali appigliarsi, ponendoci la domanda “e ora che succede?”. Dalle vicende da ragazzo nella norma si passa alle avventure del gruppo durante i loro viaggi, per poi passare alla parte finale, una specie di lungo monologo di David. Un monologo disperato, una continua corsa nel tentativo di riparare ogni cosa andata infranta, senza rendersi conto che in realtà non sta vivendo la sua vita, ma limitandosi a sopravvivere, cercando con tutte le sue forze di ritornare in carreggiata.
Sono felice di averlo visto, e il finale sconvolgente mi ha colpita molto!  Io e mio fratello abbiamo passato un sacco di tempo a fare teorie su teorie di come si sia arrivato a quel punto, cosa sia successo prima, cosa dopo, come si sarebbe potuto evitare. Alla fine stavamo dando di matto!
Lo consiglio vivamente, soprattutto a chi è appassionato di questo genere di film. Di certo non adatto a chi cerca qualcosa da vedere per staccare la testa per un paio d’ore!
Io vi ho avvertiti.
E anche per oggi abbiamo concluso, see ya!

Mitsuko




1 gennaio 2016

Il Lounge di Mitsuko, 8

I lived, OneRepublic


Salve e tutti, e benvenuti nel 2016! Sono passate solo poche ore da quando ci siamo sentiti l’ultima volta, ma eccomi di nuovo qui.

Primo dell’anno, tempo dei buoni propositi, ovvero “cose che vorrei fare, sperando di riuscire a farle”. Ergo, io cercherò di impegnarmi al massimo, ma se vedete che non tengo fede ai patti vi autorizzo a tirarmi una padella in testa e rinfacciarmi la cosa. Ottimo, andiamo oltre. I buoni propositi.

Gli impegni di Mitsuko per un 2016 pieno di disagio emm belle cose:
- Recensire almeno un libro per ogni seguente autore: Wu Ming, Murakami Haruki, Isabel Allende.
- Cercare di essere il più costante possibile, senza lasciare il blog in silenzio radio per intere settimane.
- Fare le recensioni di tutti i libri della Lorien Legacies, di cui mi sono riscoperta essere un’accanitissima fan, e fare un Cupcake con la serie di illustrazioni che sto progettando di fare sui personaggi della saga.
- Creare nell’immediato futuro la famosa iniziativa che tiro in ballo da dicembre.
- Fare moltissimi Stranger’s Corner, o collaborazioni con altri blog, perché parlare con altre persone delle passioni che si hanno in comune è la cosa più bella che si possa fare.
- Finire la Top 3 delle serie TV, ergo, recensire In The Flesh. Preparatevi a sentirmi piangere.
- Ho un sacco di film bellissimi che voglio vedere e che usciranno quest’anno, tra cui ad esempio The Danish Girl, Qualcosa di buono e quelli della Marvel, e prometto che li recensirò tutti mano a mano che li andrò a vedere. Quando uscirà Civil War io sarò a vederlo in cosplay a Lucca, dove passerò il pomeriggio a fare foto set. (Su questo vi terrò aggiornati mano a mano che mi organizzo).
- Riprendere fuori vecchie saghe o serie TV per sparlarci sopra. Avevo promesso tempo addietro che avrei recensito Shadowhunter e mannaggia a me giurò che lo farò. Ho intenzione anche di parlare di Agents Of Shield, The Flash, delle saghe dello Zio Rick, e cose simili.
- Giuro solennemente di non avere buone intenz… NO, UN MOMENTO HO SBAGLIATO BATTUTA. Rifacciamola. Giuro solennemente di impegnarmi al massimo per scrivere cose che possano interessarvi. Sono aperta a qualsiasi suggerimento e critica, e in futuro mi auguro che ci sarà sempre qualcuno a farmi notare dove sbaglio o quali sono i miei punti di forza. Conto su tutti voi!

Sono otto cose in tutto, dovrei farcela senza combinare stronzate. Bene, e ora che abbiamo finito, per lo meno su questo fronte, passiamo alle altre cose serie. I buoni propositi di Mitsuko come persona, aka “Le linee guida per vivere felice”.
Sono le cose che mi ripeto di fare tutti gli anni, e da quando ho iniziato la mia vita diventa ogni anno più bella. Non ha senso stare a piangerci addosso in un angolo. Vuoi essere felice, o tu lettore che stai leggendo questo blog? Se la risposta è sì, allora va fuori e all’occorrenza prendi a pugni chiunque ti impedisca di essere felice. (Ommioddio che cosa sto dicendo, sto aizzando alla violenza?!)
Non prendetemi del tutto sul serio.
Allora, queste sono le linee guida per essere felici secondo Mitsuko:
- Trovare ogni giorno qualcosa di bello! La bellezza è intorno a noi, ed è ovunque, non sottovalutiamo il potere che può avere su di noi. Lasciamoci trascinare da essa.
- Non guardare mai al passato, ma stare a testa alta e petto in fuori a vivere il presente e rimboccarsi le maniche per il futuro. Non è per il passato che si vive.
- Non lasciare che qualcuno vi impedisca di essere ciò che siete. Finireste con lo spegnervi, con il diventare mera cenere che non potrà essere più riaccesa. Siate voi stessi, siate folli, fate vedere a tutti che non avete paura di mostrare cosa siete capaci di fare!
Ognuno di noi può essere una persona incredibile, se lo desidera davvero. Possiamo realizzare cose incredibili. E io sono proprio curiosa di cosa questo anno avrà da offrirmi.

E anche per oggi è tutto. Vi auguro con tutto il cuore il migliore tra i 2016 possibili! Che questo anno vi possa portare tutto quello di cui abbiate bisogno, tutto quello che vi renda felici. Impegniamoci al massimo, così che tra un anno potremo ritrovarci qui a dire “È stato davvero un anno grandioso!”.
(Notare anche la scelta della canzone nel sottotitolo, ahem) #MitsukoCheFaLeCoseAppostaMaSeLaTiraComunque
ANYWAY. Questo è quanto. Happy New Year!
See ya!

Mitsuko